venerdì, 23 Aprile, 2021
Il Cittadino

Legittimazione popolare

Mi sono trovato per ragioni di lavoro in Campania, proprio nel giorno in cui il neo rieletto Presidente De Luca ha imposto nella Regione Campania l’obbligo della mascherina all’esterno.

Immediato mi è parso l’adeguamento delle persone alla nuova prescrizione. Comportamento che sembra quasi a voler dare argomenti a Boris Johnson. 

Disciplinatamente, anche chi si trovava in una strada deserta, indossava la mascherina. Si capisce che l’obbligo è imposto con assolutismo per non consentire alcuna interpretazione discrezionale: all’aperto si sta con la maschera. E la gente s’è adeguata.

Ho cercato di stuzzicare qualcuna delle persone incontrate – dal portiere dell’albergo, al tassista, ai professionisti con cui avevo la riunione di lavoro (non dirò “meeting” neppure sotto tortura) – per cogliere un commento. Mi è parsa evidente una certa condiscendenza verso il loro “comandante” (così il tassista, troppo giovane per ricordare Lauro, ma l’appellativo si vede che è rimasto nella parlata popolare). Magari anche un certo compiacimento dei campani verso il loro Presidente. Qualcuno, analista più raffinato, mi ha fatto notare che il provvedimento è entrato in vigore di giovedì, cioè il giorno prima del consueto messaggio del venerdì (non lo sapevo, ma pare che il Presidente De Luca ogni venerdì parli al popolo campano; e che tale appuntamento fisso teneva anche quando era Sindaco di Salerno).

«Vedrete», diceva il mio interlocutore, rivolgendosi col meraviglioso e caldo “voi” meridionale, «che  prepara il botto per domani».

Puntualmente, difatti, venerdì col suo pittoresco ma efficace modo di comunicare, il Presidente De Luca ha promesso (minacciato) di “chiudere tutto”.

Lo ha fatto disinvoltamente senza preoccuparsi più di tanto dei limiti del suo potere, forte della legittimazione popolare che gli deriva da un clamoroso successo elettorale, secondo in Italia soltanto al Presidente della Regione Veneto, Zaia.

Parto da questi miei tre giorni campani per una riflessione sul potere pressoché illimitato che, più o meno tutti i presidenti delle giunte regionali, riconnettono al ruolo rivestito.

Potere che è reso evidente dal loro autodefinirsi “governatori”, laddove – la considerazione vale anche per le regioni con statuto speciale da cui derivano soltanto deroghe al potere ordinario – sono amministratori non di uno Stato confederato, ma di un ente locale, di un distretto amministrativo.

Certamente la differenza tra l’elezione diretta dei Presidenti della Giunta Regionale e la nomina del Governo nazionale è evidente e si può capire – specie in momenti in cui il Presidente del Consiglio non è un leader di partito e non è neppure un parlamentare – come i “governatori”, eletti sempre e comunque con un grande consenso popolare, e che traggono da ciò una forte legittimazione.

Essi sono anche così politicamente avveduti da non proclamarsi dotati di “pieni poteri”, almeno a livello regionale, anche se magari lo pensano.

Ma è soltanto una omertà politica. Lo si è visto in questo anno di emergenza Covid-19, in cui i provvedimenti dei “governatori” sempre in maniera più cogente hanno dapprima pressato il Governo nazionale poi lo hanno scavalcato, imponendo essi stessi scelte particolari nel loro territorio e limitando alcune delle libertà costituzionali di tutti i cittadini dello Stato, non soltanto di quelli da loro amministrati.

Per l’appunto, da prova di “pieni poteri”.

La legittimazione popolare, però, per quanto vastissimo sia stato il consenso e indipendentemente dal colore politico (De Luca è esponente del PD, Zaia della Lega) non può dare il potere che spesso i “governatori” ritengono.

Nessuno certamente ha in mente derive, ma i cittadini devono essere vigili e non accondiscendenti, pur nella “serietà” evocata dal Capo dello Stato.

In una democrazia moderna e in uno Stato di diritto mi illudo che vi siano guardiani che impediscano anche di fronte ad un consenso popolare quasi “bulgaro” – anzi a maggior ragione di fronte a un eventuale consenso totalitario – avventure come quelle conosciute dalla generazione dei miei genitori nel secolo scorso.

Avventure che magari comincino proprio da un ente territoriale, da un land, piuttosto che dall’invocazione di una “democrazia diretta” che è soltanto la delegittimazione delle istituzioni che, per quanto decadute, mantengono il potere nei suoi argini.

Ogni cittadino sia il custode della sua libertà.

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