giovedì, 22 Ottobre, 2020
Il Cittadino

Il maestro che non c’è

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La scuola, argomento usuale del mese di settembre, mai come questa fine d’estate è stata al centro del dibattito politico.

L’emergenza Covid-19 ha fatto sì, però, che si dibattessero solamente le modalità di ripresa e la sicurezza di insegnanti, personale amministrativo e discenti.

Molto è mancata – salvo lodevoli e rare eccezioni – l’attenzione culturale, che, nonostante l’epidemia, trattandosi di istruzione, avrebbe dovuto essere comunque argomento centrale: più delle mascherine, più dei “banchi-scontro” con le ruote, più della deresponsabilizzazione penale (ci risiamo!) dei dirigenti, più delle cervellotiche e spesso strampalate (ci risiamo anche qui!) norme di accesso e di permanenza nelle aule.

La funzione essenziale della scuola, l’importanza dell’insegnamento e della fondamentalità del rapporto con l’insegnante, sono rimaste nel sottofondo, soffocate da polemiche, timori e rivendicazioni varie.

Si è ridotto il problema della scuola ad un problema sanitario, laddove la messa in sicurezza doveva competere ad altri e la scuola avrebbe dovuto preoccuparsi più di altri aspetti.

L’emergenza vissuta, la chiusura delle scuole dal marzo in poi, hanno evidenziato, infatti, lacune profondissime nel nostro sistema scolastico.

Hanno, soprattutto, fatto anche emergere una funzione di “parcheggio” delle scuole che, anche se utile, è avvilente e disamora chi avesse ancora voglia non di limitarsi ad insegnare e di spiegare qualche nozione utile per la vita, quanto di trasmettere cultura e valori civili.

Certo la situazione è molto cambiata rispetto alla scuola che ho frequentato tra il 1959 ed il 1971, anno della maturità conseguita.

Gli anni della primaria sono stati l’impatto con la realtà: la coscienza che non tutti godevano del benessere della mia famiglia. Con qualche compagnuccio di scuola che si presentò scalzo. E ricevendo il primo insegnamento che la solidarietà sociale, non la carità, avrebbe dovuto fornirgli (e gli fornì) la solidità della sua prima calzatura. Insegnamento che si ripeté, sempre alle elementari, grazie a un maestro intelligente che anziché punire un ragazzo scontroso, sempre impreparato e che sembrava non sapesse neppure leggere, scoprì che lo stesso avevo semplicemente un problema di vista, che aveva bisogno di occhiali che la sua famiglia non poteva procurargli. E che, magicamente, spuntarono sul suo naso pochi giorni dopo.

Episodi da libro “Cuore”? Può essere; e non a caso la scuola elementare del mio paese era (è) dedicata ad Edmondo de Amicis, che aveva soggiornato in zona da sottotenente di fanteria. 

Nella scuola ho compreso che tramite i miei maestri ed i miei compagni avrei scoperto e capito il mondo, più di quanto mi avrebbero potuto spiegare i miei genitori.

Nessuno pensava alla scuola come un parcheggio per i figli: funzione che oggi pare primaria; ma all’epoca si cresceva per la strada.

Negli anni del liceo altri e più consapevoli maestri.

Lezioni che non finivano col suono della campanella, ma che proseguivano in varie e spesso più proficue situazioni.

La scuola, nella attuale realtà fondata su internet è l’unico luogo in cui un giovane può oggi venire a contatto con un “maestro”. Senza la scuola si è condannati ad una navigazione senza meta e senza senso nello sconfinato web. Ad una compagnia che è solo virtuale e che determina  solitudine assoluta, asocialità ed incultura.

La scuola non può essere sostituita da un collegamento elettronico.

E benché il Covid-19 sia un pericolo reale non può e non deve prendere il sopravvento.

La scuola deve riprendere e deve riprendere con il giusto maestro.

Altrimenti non ci sarà nessun futuro per il nostro Paese.

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Redazione

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