lunedì, 28 Settembre, 2020
Salute

Non scherzate con la nicotina: la dipendenza è in agguato

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Tra i determinanti della salute, fattori la cui presenza modifica in senso positivo o negativo lo stato di salute di una popolazione, il fumo occupa un luogo decisamente negativo, insieme al consumo di droghe e di alcol. Una lunga serie di studi internazionali ha effettuato una stima quantitativa dell’impatto di alcuni fattori sulla longevità delle comunità, utilizzata come indicatore indiretto dello stato di salute: i fattori socio-economici e gli stili di vita contribuiscono per il 40-50%; lo stato e le condizioni dell’ambiente per il 20-30%; l’eredità genetica per un altro 20-30%, e i servizi sanitari per il 10-15%. Il fumo, che produce dipendenza dalla nicotina, rientra tra gli stili di vita che negativamente influenzano lo stato di salute delle persone. La lotta contro il fumo è stata un fiore all’occhiello dell’Italia che, prima fra tutti i Paesi europei, fin dal gennaio 2005, per merito del prof. Gerolamo Sirchia, allora ministro della Salute, vietò il fumo nei locali pubblici chiusi.

Le società produttrici di sigarette, sotto la pressione della rigida legislazione antifumo negli Stati Uniti e in Italia, hanno studiato nuove tipologie di “sigarette” con il duplice obiettivo di trovare per le loro aziende un nuovo mercato, anche se per molti versi analogo al precedente e aiutare chi volesse smettere di fumare, a trovare soluzioni alternative, a loro avviso, meno nocive per la salute umana. Finora sono stati introdotti nel mercato, in tempi diversi, due prodotti: la sigaretta elettronica (e-cig), che vaporizza sostanze liquide per ricreare la sensazione della sigaretta tradizionale, e le sigarette che riscaldano il tabacco a circa 350°, senza bruciarlo a 900°. La sigaretta elettronica (e-cig), così come i  dispositivi a tabacco riscaldato, promettono di ridurre gli effetti dannosi derivanti dalla combustione del tabacco. Ma mentre almeno, per quanto riguarda le e-cig, l’autorevole istituzione sanitaria Public Health England, equivalente del nostro Istituto Superiore di Sanità nel Regno Unito, ha dichiarato che secondo le sue stime le sigarette elettroniche sarebbero meno dannose, rispetto ale sigarette tradizionali, tra il 90 e il 95%, e che il Vaping, “seppure non privo di rischi, è molto meno dannoso del fumo delle sigarette tradizionali”, per quanto concerne il tabacco riscadato si tratta invece di un’ipotesi che non ha trovato finora nessuna conferma: né dalla U.S. Food and Drug Administration -FDA americana-, né dall’OMS, né dal nostro Ministero della Salute. 

La Food and Drug Administration (FDA), dopo aver effettuato una serie di studi piuttosto rigorosi, ha stabilito che il tabacco riscaldato, pur non producendo alcune sostanze chimiche dannose per l’organismo, non può considerarsi meno rischioso delle sigarette tradizionali. La FDA distingue, infatti, tra “esposizione modificata” e “rischio modificato” e ha stabilito che le sigarette che riscaldano e non bruciano il tabacco possono fregiarsi solo della prima qualifica e non della seconda. In altri termini, pur essendo vero che il tipo di esposizione è diverso, non è diverso il rischio per la salute. Pochi giorni dopo è intervenuto l’OMS, il quale ha pubblicato uno statement che chiarisce i termini della dichiarazione fatta dall’FDA. L’Oms, interpretando correttamente la dichiarazione della FDA, sottolinea come i prodotti a base di tabacco riscaldato non siano sicuri e non siano stati affatto approvati dalla Fda. Per cui le disposizioni fissate dalla FDA e dall’OMS sul tabacco riscaldato non consentono in nessun modo alle società produttrici di tabacco riscaldato di fare dichiarazioni, esplicite o implicite, che possano indurre i consumatori a credere che i prodotti siano approvati dalla Fda o che la Fda ritenga che i prodotti siano sicuri per l’uso da parte dei consumatori o che siano a rischio ridotto o meno dannosi rispetto alle sigarette tradizionali. 

In Italia, da tempo, l’ISS, nella persona della Dottoressa Roberta Pacifici, direttore del Centro nazionale dipendenza e doping dell’Istituto Superiore di Sanità, si era già espresso in tal senso, mostrando al di là di ogni ragionevole dubbio il rischio effettivo che le sigarette con tabacco riscaldato producono. Ciò nonostante, diversi ministri dell’attuale governo Conte-2, compreso il Ministro della salute, il Ministro dell’Economia e delle Finanze e il Ministro dello Sviluppo economico, pur sollecitati con numerose interrogazioni parlamentari non avevano mai dato risposte chiare ed esaustive, se si esclude quanto affermato dalla Dottoressa Sandra Zampa, sottosegretario alla Salute, nel corso di una interrogazione alla Camera dei Deputati: “Nonostante le conclusioni dell’ISS sul prodotto in esame, le aziende produttrici ne sostengono l’uso in un’ottica di «riduzione del danno». Allo stato attuale delle conoscenze tale approccio non può essere adottato quale strategia di salute pubblica, che mira invece alla disassuefazione dal fumo e dall’utilizzo di prodotti del tabacco o contenenti nicotina”. E ha aggiunto che: “Allo stato attuale e sulla base della documentazione fornita dal proponente, non è possibile riconoscere la riduzione delle sostanze tossiche del prodotto in esame rispetto ai prodotti da combustione, a parità di condizioni di utilizzo”. 

Il vero effetto paradosso è che, nonostante le dichiarazioni della FDA, dell’OMS e dell’ISS, circa l’oggettiva condizione di rischio prodotta dalle sigarette a base di tabacco riscaldato, le imprese produttrici di questo stesso tabacco continuano a godere di uno sconto fiscale del 75%, sulla base della falsa credenza che siano prodotti che non nuocciano alla salute; anzi che distolgano dall’uso delle comuni sigarette e, quindi, indirettamente facciano bene, producendo un male minore. L’Oms, più volte sollecitata, ha sempre ribadito che la riduzione dell’esposizione a sostanze chimiche nocive non li rende innocui, né si traduce in una riduzione del rischio per la salute umana, sottolineando come negli aerosol HTP ci siano alcune tossine presenti con una concentrazione superiore a quella contenuta nel fumo di sigaretta convenzionale. E per di più ci siano alcune tossine aggiuntive, presenti negli aerosol HTP, che non sono presenti nel fumo di sigaretta convenzionale. 

A questo punto un governo ragionevole, coerentemente con la legge Sirchia, della quale io stessa ho proposto un aggiornamento, dovrebbe denunciare la tossicità di questi prodotti esattamente come avviene con le normali sigarette e riportare la loro tassazione al 100%. Il governo, invece, ha sistematicamente bocciato tutti gli emendamenti presentati negli ultimi decreti che andavano in questa direzione; si è rifiutato di rispondere in aula alle interrogazioni in tal senso e ha preferito compiacere le grandi aziende produttrici di tabacco, le famose multinazionali tra cui la Philips Morris. E questo mentre va predicando di equità fiscale e dichiara la sua lotta agli evasori fiscali, dimenticando quelli che lui stesso ha legalizzato.

Attualmente la legislazione italiana è molto favorevole alle sigarette a tabacco riscaldato che, rispetto alle sigarette tradizionali, pagano una accisa inferiore del 75%. Uno sconto elevato che ha fatto segnare un boom nella vendita di questi prodotti, senza che, però, venisse risolto il problema della dipendenza da nicotina, che costituisce lo snodo cruciale. Tra le ambiguità di questo governo la vicenda che riguarda il tabacco riscaldato è una di quelle che suscitano enormi perplessità per la quantità di problemi che solleva e per l’inerzia con cui il governo, più volte sollecitato con formali interrogazioni parlamentari, sempre molto precise nella loro denuncia, si sia rifiutato di fornire risposte scientificamente fondate, eticamente rigorose, economicamente ragionevoli. Di fatto per l’erario c’è stata una perdita netta stimabile in 1,2 miliardi, solo nell’ultimo triennio. 

Il rischio è che la bassa tassazione del tabacco riscaldato possa incentivarne l’uso tra coloro, soprattutto i giovanissimi, che non hanno mai fumato e che, così, entrerebbero nel circuito di chi immette nel proprio corpo nicotina, il principale fattore che scatena la dipendenza. Per questo occorrerebbero studi non di parte, una maggiore conoscenza di questo complesso mercato e una attenta vigilanza sia delle aziende produttrici sia delle istituzioni sanitarie.

Dati confermati dal Centro studi Monetari e Finanziari (CASMEF) dell’università LUISS Guido Carli, secondo il quale equiparare la tassazione dei prodotti a tabacco riscaldato a quella delle sigarette tradizionali contribuirebbe ad aumentare significativamente il gettito nazionale, di almeno 500 milioni all’anno. Il Centro Studi segnala l’effetto paradosso per cui da un lato il comparto delle sigarette a tabacco riscaldato appare in forte espansione, con il settore delle sigarette tradizionali in costante declino, per cui è plausibile che nel 2020 gli HTTP (Heated Tobacco Products) possano crescere e raggiungere una quota di mercato del 7% in termini medi annui. Ma, dall’altro, il regime fiscale cui è sottoposto registra, invece, un andamento nettamente di segno contrario. Nel 2019 è stato dimezzato rispetto al 2018, fino a raggiungere l’attuale tassazione del 25% rispetto all’accisa pagata da una sigaretta tradizionale di prezzo medio. A un deciso aumento delle vendite dei prodotti a tabacco riscaldato (pari al 117%), è corrisposto un incremento del gettito erariale soltanto del 10%, passando dai 122.2 milioni di euro del 2018 ai 134.3 milioni di euro del 2019.

Accanto alle considerazioni economiche, tutt’altro che trascurabili ci sono anche quelle di ordine socio-sanitarie. È, difatti, impossibile giustificare la tassazione agevolata sul piano delle finalità di salute pubblica. Allo stato attuale, in Italia, non esiste per nessun operatore la possibilità di definire i prodotti HTP a rischio ridotto. Il Ministero della Salute stesso al momento non riconosce alcun beneficio a livello medico-sanitario nel passaggio dal consumo di sigarette a combustione a quello di prodotti a tabacco riscaldato. In un periodo complesso come quello che stiamo vivendo è fondamentale che il governo, il MEF in concreto, predisponga una politica economica chiara, per ridurre quanto più possibile gli effetti negativi causati dal blocco delle attività avvenuto nei mesi di marzo e aprile, ma con un lungo strascico che ancora perdura. Un contributo potrebbe provenire dal settore dei tabacchi lavorati, che ogni anno fornisce un gettito erariale rilevante per le casse dello Stato: 12,7 miliardi di euro dalle sigarette tradizionali e 134.3 milioni dagli HTP. Lo squilibrio fiscale a favore di quest’ultimi è rilevante e non può essere giustificato da ragioni di ordine sanitario, visto che non esiste ancora nessuna evidenza scientifica sul minor rischio per la salute dei fruitori di prodotti a tabacco riscaldato. Sarebbe, dunque, opportuno impostare una tassazione più equa nel settore, che permetterebbe allo Stato di impiegare il maggior gettito a favore di politiche a sostegno della ripresa economica del nostro Paese.

Ovviamente la Philip Morris non condivide nessuna di queste scelte e attacca l’Oms affermando: “La reazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) all’ennesima revisione scientifica indipendente da parte di una delle principali autorità sanitarie nazionali è un’occasione mancata per progredire nella propria missione di promuovere la salute globale”, e aggiunge delle velate minacce: se l’OMS continuerà ad ignorare le evidenze scientifiche e impedirà il passaggio a “scelte migliori”, allora dovrà assumersi la responsabilità delle conseguenze. Philip Morris accusa inoltre l’OMS di scoraggiare gli Stati Membri dell’UE a esaminare in modo oggettivo la decisione della FDA e, quindi, a non aiutare i diversi governi a predisporre una tabella di marcia su come regolamentare i nuovi prodotti, facilitandone la diffusione. L’intenzione commerciale della Philip Morris è del tutto evidente e perfino comprensibile. Se non facesse una politica di penetrazione aggressiva sui mercati mondiali non sarebbe l’azienda leader che è, con bilanci che superano di molto quelli di interi Paesi. La sua è semplicemente una gigantesca operazione di Marketing dal valore di svariati miliardi.  Ma il suo errore fondamentale è quello di voler insegnare a un’altra grande azienda come l’OMS come si tratta il prodotto salute, come lo si tutela e come si fanno scelte ad ampia valenza etica. A detta della Philips Morris, l’OMS dovrebbe sollecitare i Governi ad abbracciare i tre pilastri delle politiche pubbliche in sanità: ridurre la morbilità e la mortalità associate all’uso del tabacco; garantire che i fumatori abbiano accesso a informazioni sui prodotti migliori; garantire che le comunicazioni sulla salute pubblica relative a questi prodotti siano accurate, chiare e coerenti. 

Ed è esattamente quello che fa l’OMS, nella sua piena autonomia, nel rispetto della sua mission specifica e con i mezzi che ha a disposizione, quando tenta di dissuadere in tutti i modi i cittadini di tutto il mondo dal fumo nelle sue molteplici forme. Ed è quello che dovrebbe fare l’Italia tassando in modo adeguato tutti i prodotti del fumo, ben conoscendone la potenziale pericolosità, senza concedere sconti di sorta non suffragati da un oggettivo riconoscimento scientifico del minor danno o minor rischio da parte di autorevoli Istituzioni sanitarie e incassando quanto dovuto, per investirlo nel miglior modo possibile a esclusivo vantaggio di un rinnovato sviluppo del nostro Paese. 

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