domenica, 25 Ottobre, 2020
Politica

Per un pugno di euro… non tagliamo i parlamentari ma i loro rimborsi

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Il 20 e 21 settembre andremo a votare per confermare o no la modifica alla Costituzione che riduce da 630 a 400 i deputati e da 315 a 200 i senatori. Si tratta di una riforma-bandiera del Movimento 5 Stelle che l’ha proposta nell’ottica di risparmio di spesa per la politica. È stata in un primo momento concordata con la Lega e Fratelli d’Italia e successivamente votata anche dal Pd, perché era una delle condizioni poste dal Movimento per la formazione del Governo Conte 2. Il Pd accettò con l’impegno che sarebbe stata cambiata in senso nettamente proporzionale la legge elettorale.

Sulla carta il consenso verso la riforma dovrebbe essere molto alto, se si considera che, nell’ultima delle 4 votazioni, i favorevoli sono stati 553 su 630. Ma in alcuni partiti si manifestano dei ripensamenti circa il voto espresso un anno fa e si ha l’impressione che chi votò a favore in Parlamento lo fece con qualche riserva mentale. Numerose sono le associazioni e le componenti della società civile e del mondo accademico che si battono per il No e denunciano un attacco alla democrazia.

Quando si mette mano sul Parlamento, che è l’istituzione centrale del nostro ordinamento costituzionale, bisognerebbe usare il massimo della prudenza e tener conto delle conseguenze che derivano dalle modifiche che riguardano Camera e Senato. E invece si è parlato di questo argomento solo in termini di riduzione dei costi e di ennesimo attacco a quella che viene definita “casta” a prescindere da quello che fa. Di questa “casta” fanno parte anche coloro che hanno promosso il taglio dei parlamentari.

Veniamo ai pro e ai contro. Ridurre il numero dei parlamentari non è un tabù. Ma lo si può fare usando dei criteri e delle motivazioni che abbiano come fine il miglior funzionamento della democrazia e delle istituzioni. Impostare il problema solo nell’ottica del taglio dei costi della politica è fuorviante e pericoloso perché genera l’idea che, per risparmiare un pugno di euro, si possano ridurre -per giunta senza alcun criterio-gli spazi della rappresentanza e della democrazia. Inoltre, una riforma del genere va inserita in un quadro più ampio di modifiche costituzionali che riguardino, ad esempio i diversi poteri che le due Camere devono avere.

Se questa riforma costituzionale sarà confermata cambierà il rapporto numerico di rappresentanza sia alla Camera dei deputati (1 deputato per 151.210 abitanti, mentre oggi è 1 per 96.006 abitanti) sia al Senato (1 senatore per 302.420 abitanti, mentre oggi è 1 ogni 188.424 abitanti). Si creeranno collegi elettorali molto grandi che favoriranno solo i partiti che dispongono di maggiori risorse, limitando quindi la rappresentanza.

Alcune Regioni potrebbero addirittura non essere rappresentate, in aperta violazione della Costituzione che vuole il Senato eletto su base regionale e in alcune Regioni saranno rappresentati solo 2 o 3 partiti.

Inoltre, i delegati regionali che partecipano all’elezione del Presidente della repubblica (60) vedrebbero aumentare il loro peso rispetto all’attuale situazione: oggi su 1005 grandi elettori “pesano” per il 6% , domani su 660 peserebbero il 9%.

Se passerà la riforma, le Commissioni parlamentari permanenti, oggi 14, non potranno più funzionare per mancanza di un numero sufficiente di parlamentari e saranno costrette a ridurre il numero dei loro componenti, anche qui sacrificando la rappresentanza.

Molto più serio sarebbe stato inserire un taglio dei parlamentari in un insieme di riforme, alcune costituzionali altre no, per superare il bicameralismo perfetto, per assicurare efficienza alle istituzioni senza colpire la rappresentanza e, soprattutto, usando un criterio serio e ben argomentato e non solo quello del risparmio.

E veniamo al risparmio. I propugnatori del taglio parlavano di risparmi per oltre 500 milioni di euro a legislatura. Calcoli più oculati dimostrano che il risparmio sarebbe poco più di 280 milioni… la metà, cioè 56 milioni l’anno. La spesa pubblica primaria, al netto degli interessi sul debito, ammonta a circa 700 miliardi, il risparmio sarebbe dello 0,007%. Si può sacrificare la democrazia e la rappresentanza per questo misero risultato da dare in pasto al populismo e alla demagogia che getta fango sulla politica e a prescindere da quello che fa e da quello che rappresenta nelle istituzioni?

Se davvero i promotori del taglio avessero voluto far risparmiare una cinquantina di milioni l’anno sulle spese di funzionamento del Parlamento non c’era bisogno di scomodare la Costituzione e di innescare un pericoloso gioco al massacro delle istituzioni. Sarebbe bastato proporre un taglio di 4.500 euro  al mese sul compenso dei parlamentari senza toccare la retribuzione (10.400 euro che al netto di ritenute  e tasse  diventano circa 5.000) ma dando una sforbiciata alla voce più consistente e non tassata della busta paga dei parlamentari, cioè i rimborsi spese che ammontano a circa 9.000 euro al mese, tenendo conto che  i parlamentari viaggiano gratis in autostrada, in treno (prima classe) in aereo e nave sul territorio nazionale.

Il calcolo è presto fatto: 4500 112 fa 54 mila euro di rimborsi in meno per ogni parlamentare. Moltiplicando questo dato per i 945 membri elettivi delle Camere si arriva a 51 milioni, in 5 anni sono 255 milioni. Un gruzzoletto con cui fare quelle cose che i promotori dicono di voler fare col taglio dei parlamentari, ma senza toccare la democrazia, la rappresentanza, l’equilibrio istituzionale: semplicemente dimezzando i più prosaici rimborsi spese. Perché farla difficile quando è facile? Votare No è un gesto di buon senso, un rifiuto dell’ipocrisia e una difesa della democrazia.

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