lunedì, 21 Settembre, 2020
Esteri

Al via il processo ai padroni di Internet. America capofila, insegue l’Europa

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Quando nel 1487 il frate domenicano Heinrich Kramer dava alle stampe il celebre manuale anti stregoneria Malleus Maleficarum non avrebbe di certo mai pensato che, più di 500 anni dopo, dei nuovi inquisitori, abbandonati abiti e cappe, e indossati eleganti vestiti di foggia americana, avrebbero messo sotto processo usando lo stesso metodo inquisitoriale le maggiori compagnie di Internet, sostituendo il celebre vademecum con il codice antitrust.

Da circa dieci giorni, infatti, il Congresso statunitense sta tenendo inchiodati alla sbarra le maggiori compagnie del web, accusandole tutte di ostacolo alla libera concorrenza. Amazon, Facebook, Apple e Google sono incolpate, in maniera corale, di usare pratiche anticompetitive nella vendita dei loro servizi, e di fronte ai senatori USA sfilano in questi giorni nomi eccellenti, ovvero il gotha della tecnologia: Jeff Bezos creatore e padrone di Amazon, Mark Zuckerberg patron di Facebook, Tim Cook di Apple e Sundar Pichai, numero uno di Google.

Non si tratta di un’operazione di facciata, ma di una discussione ormai matura che, al di là degli aspetti strettamente legali, si sta ponendo con forza in ogni ordinamento democratico, ovvero il ruolo sempre più da protagonista assunto dai colossi del web. È ancora presto per tracciare un primo bilancio delle deposizioni, ma secondo la politica americana le quattro aziende sotto esame avrebbero accentrato troppo potere nel mercato digitale in questi ultimi anni, sbaragliando la concorrenza e soprattutto gestendo dati e informazioni personali in maniera poco trasparente. 

Una parte delle audizioni sarà dedicata proprio al tema della gestione delle informazioni personali, un quadro composito dove, in ultima istanza, in cambio di servizi solo all’apparenza gratuiti, i giganti di Internet chiedono (spesso non in maniera esplicita) il consenso all’utilizzo dei dati personali degli utenti per alimentare il loro business. Ma non è sempre colpa delle black beasts di Internet: la maggior parte degli internauti concede il proprio consenso con una certa superficialità, pur di avere una risposta da un motore di ricerca, poter dispensare un “like” alla foto di un amico oppure acquistare un prodotto su un sito di e-commerce. Manca quindi la consapevolezza del fatto che sul web nulla è gratuito e tutto ha un costo. E, in questo nuovo agone, il prezzo da pagare sono le informazioni, desideri, aspirazioni, curiosità e, in generale, il modo di vivere la vita da parte degli utenti.

Ma anche l’Europa non sta con le mani in mano. Posti sulla balconata di Bruxelles, i Commissari europei guardano con attenzione a quanto sta accadendo di là dell’atlantico, preparandosi anch’essi ad affilare le armi e a processare i big della rete. Con una quota di mercato superiore al 70%, ad esempio, Google è notevolmente l’attore più forte nell’intermediazione pubblicitaria nei motori di ricerca in Europa, già punito per tale fatto negli anni scorsi dal pugno di ferro della DG Competition della Commissione UE. Stesso pugno che si è abbattuto, inesorabile, anche nel luglio 2018, con una sanzione di 4,3 miliardi di euro, la più alta mai spiccata dall’arbitro europeo della concorrenza. 

Insomma, quanto sta accadendo in America è solo il primo round di una partita che, già adesso, sembra riservare molte sorprese. E tutti si chiedono se mai davvero si arriverà ad accendere un rogo digitale, oppure se il nuovo Sant’Uffizio si piegherà al predominio dei colossi della rete, lasciando il web, ancora una volta, come una terra di conquista priva di ogni regola.

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