giovedì, 24 Settembre, 2020
Economia

Il fisco non sia un fiasco ma un amico

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Senza le tasse lo Stato non può funzionare, i servizi pubblici si fermano, la vita collettiva si paralizza. Pagare le tasse non viene spontaneo, soprattutto in Paesi, come il nostro, in cui l’efficienza delle strutture e dei servizi pubblici lascia molto a desiderare. Ma quando  adempiere al dovere fiscale diventa una tortura allora le tasse diventano odiose.

Il Governo ha annunciato che vuole mettere mano alla revisione dell’Irpef. Se ne parla da decenni, i partiti sbandierano queste intenzioni nelle campagne elettorali ma poi nulla succede. Ma stavolta, complice la situazione eccezionale dovuta alle maxi manovre economiche, dovrebbe essere più facile occuparsene, tenendo conto anche della relativa stabilità di cui gode il governo almeno per i prossimi due anni.

Quali compiti affidare alla riforma fiscale, e a quella dell’Irpef in primis?

Tanti sono gli obiettivi che i vari propugnatori di riforme fiscali non fatte hanno inserito nella lista dei desideri.

A mio avviso il primo obiettivo dovrebbe essere la semplificazione.

Un fisco complicato è di per sé ingiusto ed incentiva abusi, elusioni ed evasione. Il cittadino, quale che sia la sua veste sociale, deve sapere esattamente quanto pagare  senza doversi avventurare in una corsa ad ostacoli che mette in difficoltà perfino i commercialisti che devono districarsi tra norme confuse.

La semplificazione fiscale facilita sia il cittadino onesto che l’amministrazione delle entrate: essa potrà dedicarsi a perseguire elusori ed evasori veri evitando di perdere tempo alla ricerca della perfezione  formale delle dichiarazioni, perfezione pressochè impossibile da raggiungere. Semplificando le regole si riduce il contenzioso e con esso la tentazione di chi disponendo di risorse economiche  vi ricorre  comunque nella speranza che alla fine lo Stato si stanchi e scenda a patti con il contribuente infedele.

E qui veniamo al secondo obiettivo: l’equità fiscale. La leva delle tasse deve servire a far pagare il giusto in relazione alla capacità contributiva, richiamata dall’art.53 della Costituzione. Le regole fiscali non devono quindi imporre balzelli  che non possano essere sopportati e devono assicurare parità di trattamento  ai contribuenti. Oggi  spesso il fisco si accanisce con chi è più facilmente controllabile concedendo a chi può avvalersi di consulenti fiscali spericolati la libertà di eludere, evadere, entrare in contenzioso e alla fine  realizzare vantaggiosissime transazioni con lo Stato inefficiente.

Il terzo obiettivo è quello redistributivo insito nella progressività della tassazione previsto dalla Costituzione. È questo uno dei punti più delicati perché se lo Stato sbaglia ad individuare il metodo corretto si creano ulteriori ingiustizie: tassare con la stessa aliquota marginale chi guadagna 75 mila euro e chi ne guadagna 7 milioni e mezzo non sembra né equo né progressivo.

Il fisco complicato, non equo e poco progressivo è un nemico del contirbuente e spesso diventa un fiasco per la casse dello Stato.

Al Ministro Gualtieri che ha annunciato la riforma dell’Irpef non resta che augurare buon lavoro con alcuni semplici consigli: sfoltisca la giungla delle 800 tra deduzioni e di detrazioni , non colpisca il ceto medio e i redditi più bassi già allo stremo, fissi poche regole precise e senza scappatoie, finanzi l’intera operazione senza ricorrere agli aiuti europei, riformi il contenzioso fiscale, alleggerisca la Guardia di Finanza da altri impegni-inclusa la lotta alla droga- che possono svolgere Polizia e Carabinieri e la dedichi  quasi esclusivamente al contrasto all’evasione fiscale.

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