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Le dimissioni di Starmer e l’ombra della Brexit

domenica, 28 Giugno 2026
2 minuti di lettura

Le dimissioni del Primo Ministro britannico, annunciate dopo appena due anni di governo nonostante una delle maggioranze più ampie mai ottenute dal Partito Laburista, rappresentano l’ennesimo capitolo di una lunga fase di instabilità politica che attraversa il Regno Unito ormai da oltre un decennio.

Le ragioni immediate della sua caduta sono evidenti. Tra le promesse formulate durante la campagna elettorale e le misure effettivamente adottate si è aperto un divario sempre più ampio. L’aumento della pressione fiscale, la sostanziale cancellazione dei bonus per il riscaldamento destinati agli anziani e altre misure impopolari hanno rapidamente eroso il consenso dell’esecutivo. Tutto questo è avvenuto mentre la spesa militare continuava a crescere, senza tuttavia raggiungere livelli ritenuti adeguati alle ambizioni strategiche del Paese e agli impegni assunti nel contesto internazionale.

Certamente Starmer non si è distinto per particolare decisionismo e la sua gestione della questione migratoria è apparsa spesso distante dal sentire di una parte significativa dell’opinione pubblica britannica. Tuttavia fermarsi a questi aspetti significherebbe cogliere soltanto la superficie del problema. Le difficoltà del governo affondano infatti le loro radici in una questione molto più profonda, destinata a condizionare anche il prossimo inquilino di Downing Street.

Da dieci anni il Regno Unito è impegnato nella ricerca di una nuova collocazione geopolitica. Per decenni Londra ha svolto una funzione fondamentale all’interno dell’Europa, rappresentando al tempo stesso uno dei principali alleati degli Stati Uniti e una delle maggiori potenze dell’Unione Europea. La Brexit ha interrotto questo equilibrio e ha privato il Paese di un ruolo consolidato, costringendo la classe dirigente britannica a ridefinire la posizione internazionale della nazione.

A ciò si sono aggiunte le conseguenze economiche dell’uscita dall’Unione che si sono aggiunte alle varie crisi negli ultimi dieci anni, dal COVID alla crisi energetica. La fine dei trasferimenti provenienti da Bruxelles e il ripristino delle barriere doganali hanno prodotto effetti che si sono cumulati e continuano a pesare sulla crescita britannica. Una situazione che rischia di trasformarsi da crisi economica a crisi sociale e che incide anche sulla capacità del Regno Unito di sostenere il proprio ruolo militare in un momento particolarmente delicato, segnato dalla guerra in Ucraina, nella quale Londra ha assunto fin dall’inizio una posizione di primo piano.

Eppure questi problemi, secondo questa interpretazione, non potevano essere evitati. La Brexit viene spesso descritta come una scelta ideologica o come un atto di orgoglio nazionale. In realtà essa può essere letta anche come una decisione di sopravvivenza politica e statuale. La permanenza nell’Unione Europea e le dinamiche economiche, demografiche e politiche che ne derivavano stavano infatti mettendo sotto pressione la stessa coesione del Regno Unito.

In Scozia il movimento indipendentista continua a essere vicino alla maggioranza assoluta nel Parlamento scozzese, rafforzando la pressione politica su Londra per la concessione di un nuovo referendum sull’indipendenza.

In Irlanda del Nord la situazione appare ancora più delicata. Gli accordi del Venerdì Santo prevedono la possibilità di un referendum sulla riunificazione dell’isola qualora emerga una probabile maggioranza favorevole all’unità irlandese. L’evoluzione demografica, con il crescente peso della componente cattolica tradizionalmente nazionalista, rende questa prospettiva sempre meno teorica.

Da questo punto di vista la Brexit assume un significato diverso da quello normalmente attribuitole. Non sarebbe stata semplicemente una rivendicazione di sovranità o un gesto identitario, ma il tentativo di preservare l’unità e la continuità storica della Gran Bretagna in una fase di trasformazione profonda. Il prezzo da pagare è stato ed è tuttora elevato, sia sul piano economico sia su quello politico. Tuttavia, per coloro che sostengono questa lettura, si tratta di un costo inevitabile. Un costo che il Regno Unito dovrà continuare a sostenere nella convinzione che l’alternativa sarebbe stata la progressiva dissoluzione delle fondamenta stesse dello Stato britannico.

Paolo Falconio

Paolo Falconio

Membro del Consejo Rector de Honor e conferenziere de la Sociedad de Estudios Internacionales (SEI)

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