martedì, 26 Gennaio, 2021
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Il Mezzogiorno e il Piano di Rinascita Europeo 

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Tra i tanti paradossi che hanno contrassegnato la Storia d’Italia, ce n’è uno che merita di essere sottolineato e riguarda proprio il nostro Mezzogiorno. Nei libri che abbiamo studiato prima al Liceo e poi all’Università c’è scritto che i più grandi meridionalisti appartenevano tutti alle classi intellettuali o alla borghesia agraria del Sud. Giustino Fortunato, Antonio Gramsci, Guido Dorso, Luigi Sturzo, Gaetano Salvemini, Francesco Saverio Nitti, Umberto Zanotti Bianco, per citare i più famosi, non erano piemontesi, veneti o lombardi. Erano tutti meridionali. Ma in pochi hanno fatto notare che La Cassa per il Mezzogiorno e l’intervento straordinario al Sud è stata una intuizione e poi una scelta politica di grandi statisti del Nord. De Gasperi era trentino, Pasquale Saraceno ed Ezio Vanoni erano ambedue valtellinesi, di Morbegno, Rodolfo Morandi era di Milano. Per non parlare poi di altre due grandi personalità della cultura e dell’industria, i piemontesi Carlo Levi e Adriano Olivetti che, nei loro rispettivi ambiti, dettero un grande impulso alla rinascita del Mezzogiorno.

Carlo Levi era uno scrittore, ma fu anche un grande meridionalista e condivise la sua intensa vena letteraria con una forte passione politica, allorquando accettò di presentarsi al Senato come indipendente nelle liste del Partito Comunista. Questa sua esperienza in Parlamento e la continua frequentazione dei luoghi dove fu confinato in Basilicata gli fecero maturare una grande convinzione politica. Che lui espresse in questi termini: “Il Problema meridionale – ripeteva sempre Carlo Levi – non si risolve dentro lo Stato attuale, né dentro quelli che, senza contraddirlo radicalmente, lo seguiranno. Si risolverà soltanto fuori di essi, se sapremo creare una nuova idea politica e una nuova forma di Stato”.

Anche Adriano Olivetti ebbe un ruolo di spicco nelle politiche per lo sviluppo del Mezzogiorno, tant’è che si parla di cultura olivettiana, una felice sintesi tra esperienza comunitaria, vissuta quasi esclusivamente a Matera e   contributo della sociologia anglosassone.

“Nel meridionalismo olivettiano – ha scritto il Professor Saverio Santamaita in un suo saggio dedicato all’impegno educativo di Adriano Olivetti,  – confluivano analisi e proposte caratteristiche del migliore dibattito meridionalista nel nostro paese, cui l’esperienza comunitaria conferiva tuttavia accenti di grande originalità e lucida anticipazione, industrializzazione, programmazione economica, partecipazione delle comunità locali alle scelte di sviluppo ed articolazione di queste su base territoriale (regione, comprensorio, area omogenea), e settoriale (oltre all’industria il turismo, con l’agricoltura e i servizi),con una particolare attenzione alle necessità della crescita sociale e culturale: in cima a tutto ciò il meridionalismo olivettiano poneva la convinzione che il Mezzogiorno fosse una grande questione nazionale, dalla cui soluzione dipendeva lo sviluppo di tutto il paese”.

Ma la figura che più di ogni altro ha caratterizzato la stagione del meridionalismo nel biennio 1950/70 fu quella di Pasquale Saraceno. L’economista valtellinese aveva una forte e poliedrica personalità: fu non solo un grande economista ma anche un grande statista, perché affrontò e sostenne la questione del Mezzogiorno non solo in termini di tecnica economica, ma la inquadrò in una generale visione umanistica della Storia.

Pasquale Saraceno era un profondo conoscitore del Mezzogiorno. Studiò e approfondì la sua realtà economica, le sue dinamiche, le sue tendenze ad uno sviluppo possibile e sostenibile. Riteneva che l’industrializzazione fosse la leva per innescare uno sviluppo autonomo del Meridione, ma al tempo stesso colse le opportunità per sostenere anche il settore terziario per renderlo moderno e originale, costruito con schemi diversi dal passato.  La sua profonda conoscenza del mezzogiorno, oltre che i suoi studi e la sua cultura impregnata di cattolicesimo sociale lo convinsero sempre di più che lo sviluppo del meridione dovesse dipendere da uno stretto rapporto di dipendenza tra sviluppo economico e assetto sociale e civile delle grandi aree urbane.  In sintonia con le intuizioni di Manlio Rossi Doria, si convinse che la coesione sociale del Mezzogiorno dovesse realizzarsi con un’intelligente e coraggiosa politica di rinascita delle aree interne e sostegno alle zone rurali, con una particolare attenzione a quei territori a forte rischio di marginalità sociale.

Per Saraceno non bastava l’azione del mercato per risollevare il Mezzogiorno. Era indispensabile l’azione dello Stato e di un Intervento straordinario in quei territori che mancavano delle più elementari infrastrutture materiali come le strade, gli acquedotti, le scuole, gli ospedali, reti viarie e opere di civiltà nelle campagne.

La Cassa del Mezzogiorno, agli inizi degli anni cinquanta, fu una specie di Commissario Straordinario dello Stato nelle Regioni meridionali. Molti anni dopo, fu lo stesso Saraceno a ricordare quella stagione che lo vide protagonista con Alcide De Gasperi, Ezio Vanoni e Donato Menichella. «Resta più che mai viva – scrisse Saraceno nell’introduzione al Rapporto Svimez del 1987 – la lezione di quei grandi servitori dello Stato che nel dopoguerra formularono l’idea stessa di uno speciale apparato pubblico non burocratico, al quale facessero capo unitariamente le responsabilità di programmazione, progettazione e finanziamento pluriennale degli interventi aggiuntivi e intersettoriali volti allo sviluppo della società meridionale […] una struttura funzionale sottoposta al controllo del governo per quanto riguarda l’indicazione degli obiettivi e la vigilanza sul loro perseguimento, ma pienamente autonoma sul piano organizzativo, tecnico e operativo»

Insieme a Carlo Levi e Adriano Olivetti, Pasquale Saraceno va annoverato nel Pantheon di quelle grandi personalità che ritenevano la questione meridionale soprattutto una questione di natura etico-politica, oltre che un’emergenza economica e sociale.

Nel momento in cui quella tensione morale incominciò a inaridirsi scomparve anche la passione politica e civile che alimentò la ricostruzione del Mezzogiorno e il boom economico italiano. Con l’avvento delle regioni e con il vertiginoso aumento della spesa pubblica, la Cassa del Mezzogiorno divenne luogo privilegiato di clientelismo, corruzione e sperpero di denaro pubblico. La Questione meridionale – avrebbe detto Giustino Fortunato – divenne nel giro di pochi anni la Questione dei Meridionali, perché le classi dirigenti locali, impreparate e sempre più incompetenti, volevano fare di testa propria, rinnegando quel grande patrimonio di professionalità, rigore ed efficienza che lo Stato mise a disposizione del Mezzogiorno negli anni cruciali della ricostruzione e della rinascita.

Ecco la parola “magica” che serve al Mezzogiorno: Rinascita. Prima che scoppiasse la pandemia, il Ministro per il Sud, Giuseppe Provenzano ha presentato un Piano per il Sud opportunamente definito anche un Progetto per l’Italia. La Pandemia, scoppiata appena un mese dopo, ha scombussolato non solo quel piano ma il mondo intero. Programmi, certezze, aspettative, di fronte a questo flagello, sono evaporati nello spazio di un mattino. Il virus ha terremotato non solo i sacri parametri di Maastricht ma anche le regole auree dell’economia che fino a ieri gli Stati erano obbligati a rispettare. Ecco allora che l’Europa si risveglia. Abbandona al loro destino i mantra del pareggio di bilancio, del rapporto deficit/pil, dell’ossessione dell’austerità, croce e delizia del recente passato. Il Recovery Fund, con i suoi 750 miliardi di Euro è una manna che il Dio Europa fa cadere sugli stati più indebitati e fragili dell’Unione. Per far fronte a questo flagello che ci ha colpito, solo per l’emergenza sanitaria sono disponibili, senza condizionalità, i 37 miliardi del MES. Altri 172,7 miliardi (di cui ottantuno a fondo perduto) per far fronte alla drammatica emergenza economica e sociale che potrebbe scoppiare in autunno. Uno scenario tutt’altro che ipotetico se non s’interviene con un massiccio sostegno finanziario a quegli stati, tra cui l’Italia, che in pochi mesi ha assistito a un tracollo economico, come mai si era registrato nella storia dell’Italia repubblicana. Ecco allora il Piano per il Sud, concepito come un progetto per l’Italia, diventare in pochi mesi anche una grande scommessa per il futuro dell’Europa.

La Commissione, la Banca Centrale e il Parlamento europeo sono ben consapevoli che il momento che stiamo attraversando è veramente drammatico. I nazionalismi o i sovranismi non potranno mai reggere l’onda d’urto di questa terribile pandemia. Ed è quindi convinzione diffusa che l’Europa si salverà solo se riscopre i grandi ideali dei loro padri fondatori. Non dovrà essere più percepita solo come l’Europa delle Banche, delle multinazionali o della moneta unica. Dovrà essere sempre più l’Europa dei popoli, aperta, libera, solidale. Dovrà tendere a una vera unione politica, sorretta da un comune sentire, permeata dalla solidarietà tra i suoi popoli, alla ricerca costante di concordia e condivisione nelle grandi scelte di politica interna e internazionale. Noi italiani abbiamo chiesto e forse chiederemo ancora tanto all’Europa. Ma non possiamo pretendere che i tedeschi, gli olandesi o gli svedesi confondano la mutualizzazione del debito con la beneficenza o i fondi perduti con l’elemosina. Se sarà l’Europa a guidare la quadriglia della ricostruzione, gli altri paesi e noi italiani in primis dobbiamo saper rispettare di questo piacevole ballo, i suoi tempi, il suo ritmo, le sue regole. Altrimenti nessuno vorrà più ballare con noi. Se le Regioni del Sud chiederanno una corsia preferenziale per i loro progetti, dovranno rispettare delle regole ben precise.

Regole che nulla hanno a che vedere con la finanza allegra di certe amministrazioni, con i tempi biblici delle opere pubbliche, con il “diritto di prelazione” che su appalti e investimenti pubblici accampano sempre più sfrontatamente la mafia, la camorra o la ‘ndrangheta. Non funziona così né con i paesi frugali, né tanto meno con i francesi, gli austriaci e i tedeschi. I quali non hanno mai nascosto di voler fare con gli italiani, quello che gli inglesi hanno fatto sempre con l’Europa. E cioè i “Watch Dog”. Cani da guardia pronti non solo ad abbaiare ma anche a mordere se qualcuno non rigava dritto. Qual è allora la morale della favola? È molto semplice. Il Mezzogiorno, come tutte le aree marginali del nostro Continente, potrà rappresentare una priorità per l’Europa solo a precise condizioni. E la più importante sta scritta proprio nella storia del secondo dopoguerra, allorquando alcuni grandi statisti servirono lo Stato con intelligenza, passione civile e visione del futuro, sentimenti e doti morali che furono alla base della ricostruzione e della rinascita del Mezzogiorno d’Italia.

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