venerdì, 4 Dicembre, 2020
Europa

Il tulipano che scredita l’Europa

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Tra le tante polemiche che hanno agitato il vertice europeo la più velenosa e sottile, di cui pochi si sono accorti, è quella che ha investito la credibilità e l’autorevolezza della Commissione Europea e che ha coinvolto, indirettamente, anche il Parlamento europeo, che è la fonte di legittimazione dell’organo di governo dell’Unione, dal momento che le conferisce la fiducia in nome del popolo europeo.

Alcune dichiarazioni dei leader più ostili al Recovery Fund, Mark Rutte in testa, si basano sul pregiudizio negativo nei confronti della Commissione che sarebbe poco neutrale e troppo attenta a quei Paesi che Olanda&co giudicano poco affidabili e bisognosi di una bàlia.

Da sempre si ritiene, giustamente, che l’Europa se non è dei popoli non può andare avanti. Eppure c’è sempre la tendenza da parte dei capi di Stato e di Governo di avocare pieni poteri al Consiglio Europeo.

Nel corso degli anni, per fortuna e dopo tante insistenze, il Parlamento ha visto crescere il proprio ruolo e la Commissione ha acquisito maggiore legittimità e forza proprio perché, formata da membri designati dai Governi nazionali, deve ottenere l’avallo del Parlamento eletto da tutti i cittadini europei.

Mettere in dubbio la “neutralità” della Commissione e la sua capacità di gestire complesse situazioni problematiche- come quella attuale- significa assestare un colpo gravissimo alle istituzioni europee e riportare l’orologio della storia indietro di decenni.

Nell’architettura istituzionale europea, ancora imperfetta, il Parlamento è l’unico organo emanazione diretta del popolo europeo. La Commissione è il braccio operativo che, ottenendo la fiducia del Parlamento, può operare con l’autorevolezza conferitale dal voto di fiducia del Parlamento che ne rende possibile l’insediamento.

Parlamento e Commissione sono dunque organi che derivano la loro legittimazione e la loro forza dal popolo europeo.

I membri del Consiglio europeo sono espressione dei singoli popoli nazionali e nelle loro scelte che riguardano l’intera Europa sono sensibili agli umori e alle pressioni fluttuanti dei rispettivi elettorati. Ogni capo di Stato e di Governo punta alla sua rielezione o alla vittoria del partito che lo esprime e subordina a questo obiettivo le decisioni che prende in sede europea. Quindi le sue scelte non sono dettate dall’interesse dell’Europa e neanche da quelle del proprio Stato ma semplicemente dalla necessità contingente di conquistare voti: insomma usano le scelte europee come argomento di campagna elettorale.

Si dirà che non c’è nulla di male. Certo, ognuno fa le campagne elettorali che vuole. Ma, si sa, inseguire gli umori dell’elettorato raramente porta a decisioni avvedute  per il proprio Paese, figuriamoci per l’Europa. Solo grandi leader e statisti sono capaci di orientare l’elettorato e non di piegarsi alle sue paure per assecondarne i mal di pancia e modi di sentire irrazionali.

Affrontare i problemi del Recovery Fund pensando alle prossime elezioni nei propri Paesi è dimostrazione di scellerata miopia, di carenza di leadership e di inadeguatezza per il ruolo di decisore europeo.

Mark Rutte fa il diavolo a quattro, offende la Commissione Europea, manca di rispetto al Parlamento e dimostra un’arroganza disgustosa verso altri colleghi rappresentanti di Paesi ben più popolati e generatori di ricchezza del suo, solo perché pensa alle elezioni che si terranno in Olanda tra un anno e dimostra di non essere un vero leader all’altezza del momento storico che stiamo vivendo.

Ben altra stoffa è quella di Angela Merkel che ha sempre cercato di non farsi mettere i piedi in testa da tanti falchi e falchetti teutonici pronti a cavalcare le peggiori tigri elettorali. Angela Merkel, le tigri tedesche le ha domate, a cominciare dalla Bundesbank, dal suo ex ministro delle Finanze Schauble senza farsi spaventare neanche dalle toghe rosse della Corte Costituzionale. E riuscirà, forse, a ricondurre nei suoi panni anche Rutte e i gli altri capi di Governo impropriamente definiti “frugali”: l’unica cosa che risparmiano è il coraggio di essere protagonisti di un passaggio storico di cui, forse, non sono consapevoli, proprio perché attenti sempre ai sondaggi di opinione dei propri Paesi.

Per questo il Consiglio Europeo dovrebbe avere sempre meno poteri all’interno della macchina istituzionale europea.

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