martedì, 4 Agosto, 2020
Attualità

Anche l’Italia si interroga sul 5G cinese

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La scorsa settimana avevamo parlato della possibile scelta di Londra di estromettere Huawei dalla implementazione della rete 5G. La decisione è stata formalizzata due giorni fa dal governo inglese il quale ha definitivamente escluso l’azienda cinese dai propri fornitori a decorrere dal 31 dicembre 2020. Le aziende inglesi dovranno, inoltre, eliminare tutte le tecnologie e i componenti di Huawei dalle proprie reti entro il 2027. Oltre alle analisi realizzate dal National Cyber Security Centre del GCHQ (Government Communications Headquarters), alla base della decisione del Regno Unito ci sarebbero in primis le sanzioni poste al colosso di Shenzen dagli Stati Uniti, che accusa l’azienda di essere fortemente legata all’intelligence militare cinese e al partito comunista; in secundis, la situazione presente ad Hong Kong, in relazione alla quale Londra accusa Pechino di gravi ingerenze e di violazione degli accordi del 1997 attraverso i quali l’ex colonia britannica è stata riconsegnata alla Cina.

È evidente che la partita non è solo tecnica ma soprattutto geopolitica. In tale competizione è coinvolta anche l’Europa che vede la Francia suggerire ai propri operatori di telecomunicazioni di non scegliere componenti realizzate da Huawei; la Germania che invece si mostra maggiormente aperta nei confronti della tecnologia cinese; la Grecia che ha definitivamente scelto Ericsson quale proprio fornitore per la realizzazione dell’infrastruttura 5G. L’Italia assume una posizione attendista, anche se lo scorso dicembre un rapporto del COPASIR (Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica), approvato all’unanimità, chiedeva al governo di valutare l’esclusione delle aziende cinesi, Huawei e ZTE, dalla fornitura di tecnologia per le reti 5G. Lo scontro all’interno dell’esecutivo sul dossier 5G è forte. Da una parte il PD, con il Ministro della Difesa Guerini e quello degli Affari Europei Amendola decisi, attraverso l’esercizio dei poteri derivanti dal Golden Power, a sacrificare il business per una maggiore sicurezza nazionale; dall’altra il M5S che, con il Ministro dello Sviluppo Economico Patuanelli, è più orientato verso una maggiore apertura nei confronti del provider asiatico, in linea con la generale visione del proprio movimento nei confronti della Cina. Intanto, TIM ha deciso, di propria iniziativa, di escludere Huawei dalla gara per la fornitura di apparecchiature 5G per la rete Italiana e Brasiliana invitando, invece, fornitori quali Cisco, Ericsson, Nokia e Mavenir and Affirmed Networks. Nonostante ciò, la partita italiana sulla tecnologia di quinta generazione non è ancora chiusa. 

La questione del 5G, oltre ad incidere sugli aspetti tecnologici del prossimo futuro, attiene alla tutela della sicurezza nazionale in un contesto internazionale particolarmente complicato, e oggetto di riposizionamenti geopolitici, in cui i dati vengono già oggi definiti come il nuovo petrolio. Il processo di digitalizzazione ci sta trainando verso una nuova fase sociale ed economica che provocherà un cambiamento importante nella vita delle persone. Ci stiamo dirigendo verso quello che comunemente viene denominato Internet of Things, o internet delle cose: un ambiente digitalizzato in cui tutti gli oggetti sono connessi e comunicano tra di loro e nel quale il rapporto uomo-macchina diverrà sempre più stretto. Questo cambiamento inciderà fortemente sui processi di evoluzione sociale e, conseguentemente, su quelli politico-economici su scala globale.

Sarebbe a dir poco inopportuno permettere ad un “rivale” di gestire i dati di milioni di cittadini che verrebbero poi utilizzati per svariati fini. L’interrogativo forse è proprio questo: la Cina, per l’Italia, è un rivale sistemico, un partner strategico o entrambi? La risposta non è scontata ma occorre effettuare delle scelte lungimiranti e ben ponderate oggi per non pagarne poi le conseguenze domani. 

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