martedì, 11 Agosto, 2020
Società

Rsa e Assistenza domiciliare. Rapporto choc dell’Ocse: anziani e personale colpiti in modo sproporzionato. Troppi morti per carenze di strutture, di personale e di controlli sanitari

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“Le persone anziane e gli operatori sanitari sono stati colpiti in modo sproporzionato dalla pandemia”. È l’appunto dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e sviluppo economico) rivolto ai Paesi colpiti dalla Pandemia, in particolare quelli che hanno visto pagare un alto tributo di vittime tra anziani e personale sanitario, e in questo l’Italia è in prima fila. La pandemia – i cui esiti futuri sono ancora un rebus – ha fatto già emergere in modo drammatico una serie di incongruenze, limiti, approssimazioni in particolare nel settore dell’assistenza a lungo termine, ossia di pazienti anziani ospiti di Rsa e quelli in assistenza domiciliare; settori che secondo l’indagine Ocse hanno fatto registrare numerosi problemi. Ora l’organizzazione chiede all’Italia un maggiore impegno economico a sostegno di queste realtà con investimenti su strutture, personale e attrezzature.

“La pandemia da Covid 19”, si fa presente nel rapporto, “ha messo in luce tutti i problemi del settore dell’assistenza a lungo termine (Ltc). Le persone anziane e gli operatori sanitari sono stati colpiti in modo sproporzionato dalla pandemia. Molti paesi dell’Ocse hanno adottato misure per contenere la diffusione dell’infezione e mitigarne l’impatto sui gruppi vulnerabili. Tuttavia, la crisi sanitaria sta mettendo in evidenza ed esacerbando problemi strutturali preesistenti nel settore dell’assistenza a lungo termine”. Secondo l’analisi della Organizzazione, “Gli operatori sanitari sperimentano condizioni di lavoro difficili. Inoltre, vi sono disallineamenti di competenze, scarsa integrazione con il resto dell’assistenza sanitaria e standard di sicurezza inadeguati o scarsamente applicati. In prospettiva”, sollecita l’Ocse, “sono necessari maggiori investimenti nella forza lavoro e nelle infrastrutture Ltc per garantire livelli adeguati di personale qualificato, con condizioni di lavoro dignitose e priorità nella qualità delle cure e sicurezza”.

L’Organizzazione internazionale nel suo report scandaglia i problemi e puntualizza: “la maggior parte dei decessi per Covid ‑19 è tra gli anziani, in particolare quelli di età superiore a 80 anni che rappresentano il 50% di quelli che ricevono Ltc”. Entrando nel merito dei problemi accade che la situazione in Europa è simile. “Alcuni dei paesi più colpiti”, elenca il report “come Francia, Italia, Spagna e Stati Uniti, hanno visto un alto numero di morti tra i residenti nelle case di cura. Mentre quasi sette su dieci anziani ricevono assistenza a casa. In Francia, si stima che circa il 50% dei decessi totali di Covid-19 siano residenti nelle case di cura; in Belgio, la metà dei decessi per è avvenuta nelle strutture di degenza a lungo termine. I numeri effettivi potrebbero addirittura essere più elevati perché molti residenti non sono stati testati.

Le persone che vivono in casa non sono nemmeno esenti da rischi, sia dal virus stesso, sia dall’isolamento sociale e dalla solitudine che possono accompagnare gli sforzi di allontanamento sociale”. A farne le spese anche il personale, che spesso, “non ha la formazione sanitaria adeguata o la capacità di implementare protocolli per ridurre le infezioni o altre attività di prevenzione. I focolai, poi, spesso causano l’assenteismo del personale, poiché i lavoratori prendono un congedo per malattia o hanno paura di andare al lavoro. Nel settore dell’assistenza domiciliare”, si fa presente nel rapporto“, l’assenteismo dei lavoratori della Ltc aumenta anche l’onere per gli assistenti informali o familiari”. Non solo, c’è poi il capitolo più delicato della carenza di medici, “sufficiente e qualificato e problemi strutturali con un coordinamento insufficiente con il resto del sistema sanitario stanno rendendo la crisi più acuta”. Come si è giunti a questa situazione?

L’Ocse da una sua valutazione: “Meno di un quarto dei lavoratori delle strutture di lungo degenza detiene l’istruzione terziaria. Gli operatori di assistenza personale, che non sono qualificati come infermieri, costituiscono la maggior parte della forza lavoro e hanno requisiti di accesso al lavoro molto bassi”. Inoltre c’è un problema salariale. “Stipendi bassi”, rivela l’Ocse, “nel 2014 il salario orario medio per i lavoratori in 11 paesi Ocse era di 9 euro l’ora, rispetto ai 14 euro per i lavoratori ospedalieri nella stessa occupazione. I bassi salari sono uno dei motivi dell’elevato turnover nel settore”, c’è poi la qualità stessa della occupazione che risente del precariato. “L’occupazione temporanea è frequente e può offrire flessibilità sia ai datori di lavoro che ai lavoratori, ma contribuisce anche all’insicurezza del lavoro nel settore, a una minore protezione sociale e alla mancanza di continuità per i pazienti”, sottolinea l’Ocse, “in media, la metà dei lavoratori delle Rsa e assistenza domiciliare si impegna nel lavoro a turni, ad esempio solo la mattina o il pomeriggio; in 20 paesi OCSE. Il lavoro a turni è associato a una vasta gamma di rischi per la salute, come ansia, esaurimento e sindromi depressive”.

C’è poi nella ricerca un dato allarmante, che i danni arrecati ai pazienti avvengono nelle strutture. “La metà del danno che si verifica nelle strutture con degenze a lungo termine, è prevenibile e che oltre il 40% dei ricoveri negli ospedali sono evitabili”, si sottolinea, “I residenti nelle strutture hanno spesso un sistema immunitario compromesso o condizioni croniche che li espongono ad un aumentato rischio di infezione, specialmente, ma non solo, durante la crisi Covid-19. La stretta vicinanza e il costante contatto dei residenti con il personale sanitario e altri residenti possono facilitare la diffusione di infezioni respiratorie e di altro tipo. Di conseguenza, anche prima della crisi della Covid‑ 19, le infezioni associate all’assistenza sanitaria erano comuni con una prevalenza media del 3,8% tra i residenti delle strutture”.

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