sabato, 28 Novembre, 2020
Sanità

Malattia, sanità e aspettativa di vita. Così le persone più fragili anziane e povere soccombono. L’Italia divisa tra chi ce la fa e chi rimane sempre più indietro

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“Sono le persone con titolo di studio più basso a sperimentare livelli di mortalità più elevati”. È un passo, da incorniciare, che emerge dal Rapporto 2020 dell’Istat realizzato per descrivere ed entrare nel merito della emergenza sanitaria provocata dal Coronavirus. In primo luogo, segnala l’Istituto di statistica, il Covid si è abbattuto su un Sistema sanitario indebolito ma che ha retto ed è riuscito a reagire. Le conseguenze però rimarranno. “Tuttavia”, puntualizza il rapporto, “l’elevato numero decessi impatterà sulla speranza di vita per quasi un anno di meno”.

Il report Istat è stato presentato a Roma e racconta di come la sanità abbia subito tagli e ridimensionamenti delle risorse, tuttavia, il sistema è riuscito a reggere, pur con difficoltà, l’impatto dell’emergenza sanitaria. “Negli ospedali si è riscontrata la diminuzione dei ricoveri per malattie ischemiche di cuore e per malattie cerebrovascolari”. Ma, secondo l’Istat, “nello stesso tempo, il sistema ha mantenuto inalterata la capacità di trattamento tempestivo e appropriato di queste patologie una volta ospedalizzate”. Il virus, i contagi, la malattia e i decessi però hanno drammaticamente coinvolto le fasce sociali più deboli: “le persone più vulnerabili, acuendo al contempo le significative disuguaglianze che affliggono il nostro Paese, come testimoniano i differenziali sociali riscontrabili nell’eccesso di mortalità causato dal Covid-19. Sono infatti le persone con titolo di studio più basso a sperimentare livelli di mortalità più elevati”.

“Mancano all’appello dei morti per questa pandemia, anche tutti gli esiti fatali di patologie diverse”, sottolinea l’Istat, “che si sarebbero potuti evitare o ritardare se la necessità di riallocare risorse materiali e umane del sistema sanitario verso l’assistenza Covid-19 non avesse portato all’interruzione di importanti percorsi assistenziali e terapeutici”. Le malattie da Covid inoltre hanno avuto un impatto sul futuro sanitario delle persone colpite. “Se si amplia lo sguardo ad altri esiti di salute, l’impatto rischia di divenire ancora più oneroso, giacché è molto probabile che l’esperienza di malattia possa aver, più o meno parzialmente, compromesso la funzionalità futura del sistema immunitario”. Il rapporto Istat che scandaglia molte realtà di apre con “Gli effetti dell’epidemia Covid-19 sulla mortalità”, e ricorda che “L’epidemia ha colpito quasi 240mila persone e causato poco meno di 35mila decessi. Il numero di casi Covid-19 segnalati in Italia è massimo a marzo (113.011), con il picco registrato il 20 del mese, e poi inizia a diminuire; ad aprile i casi segnalati sono 94.257. Il calo è proseguito ancora più marcatamente nei mesi di maggio e giugno”.

Una delle conseguenze più drammatiche dell’epidemia è l’incremento complessivo della mortalità. “Dal 20 febbraio al 30 aprile 2020”, segnala l’Istat, “sono stati oltre 28.500 i decessi di persone positive al Covid-19; il 53% (15.114) è deceduto entro il mese di marzo, il restante 47% nel mese di aprile (13.447). Tuttavia, si tratta di dati ancora parziali, in quanto riferiti ai soli casi di deceduti dopo una diagnosi microbiologica di positività al virus”. Dalle avvisaglie all’escalation. “I decessi totali subiscono un rapido e drammatico incremento nel mese di marzo (+48,6% rispetto alla media 2015-2019) arrivando a 80.623 (26.350 in più in valore assoluto). Nel mese di aprile i deceduti per il complesso delle cause sono 64.693, ancora superiori di un terzo alla media del 2015-2019 (+16.283)”, ricorda ancora l’Istat, “L’incremento più marcato dei decessi nel mese di marzo è stato registrato in Lombardia (+188% rispetto alla media nello stesso mese del periodo 2015-2019); seguono l’Emilia-Romagna, con un aumento del 71%, il Trentino Alto-Adige (+69,5%) e la Valle d’Aosta (+60,9%)”. Il rapporto, come detto entra nel merito di molte questioni, ma sintetizzando è interessante capire cosa avverrà ora anche sul piano sociale e socio economico. “L’elevato numero di decessi osservato a causa del Covid-19 avrà, con molte probabilità, un impatto anche sulla speranza di vita”, rivela l’Istat, “se l’effetto Covid dovesse determinare per tre mesi un costante incremento, dell’ordine del 50%, della probabilità di morte in corrispondenza delle età più anziane, per il 2020 risulterebbero 710mila morti su base annua (73mila in più). In parallelo, la speranza di vita alla nascita scenderebbe a 82,11 anni (-0,87) e quella al 65° compleanno si ridurrebbe da 20,89 a 20,02”. Non solo si riduce l’aspettativa di vita ma contagi, malattia e decessi hanno colpito le persone anziane e quelle fasce più povere.

“L’epidemia ha colpito maggiormente le persone più vulnerabili, acuendo al contempo le significative disuguaglianze che affliggono il nostro Paese, come testimoniano i differenziali sociali riscontrabili nell’eccesso di mortalità causato dal Covid-19”, fa presente l’Istat, “L’incremento di mortalità ha penalizzato di più la popolazione meno istruita: il rapporto standardizzato di mortalità – che misura l’eccesso di morte dei meno istruiti rispetto ai più istruiti è intorno a 1,3 per gli uomini e a 1,2 per le donne. Lo svantaggio è più ampio tra i 65-79enni residenti nelle aree con alta diffusione dell’epidemia, sia per gli uomini (1,28 a marzo 2019, 1,58 a marzo 2020) sia per le donne (da 1,19 a 1,68)”. Notevole è lo sforzo dell’Istituto di statistica di mettere in evidenza con cifre, riscontri e dati come il Covid-19 abbia avuto un forte impatto sull’assistenza ospedaliera, ma anche in questi caso oltre i numeri si conferma un dato sociale significativo, ma c’è un risvolto positivo, tra tante notizie su sanità malattia e decessi, si tratta dell’allungamento dell’età e di quanti vivono bene.

“Il processo di invecchiamento è sicuramente un fatto ineluttabile, ancorché testimone di una buona efficacia del Servizio Sanitario Nazionale. Tuttavia”, segnala l’Istat, “gli anziani non sono gli stessi di una volta”, nel 1960 gli uomini a 65 anni avevano un’attesa di vita di 13,1 anni, la medesima aspettativa le donne l’avevano a 68 anni; oggi la stessa prospettiva di vita residua la sperimentano, rispettivamente, a 73 e 76 anni”.

Insomma c’è una Italia di persone fragili che l’emergenza sanitaria ed economica metterà in serie difficoltà, ma c’è pure una Italia che ha dei vantaggi.

“Molti degli ultraottantenni vivono così una buona qualità della vita; circa un terzo, pari a 2 milioni e 137mila, gode di buona salute, risiede soprattutto nel Nord e dichiara risorse economiche ottime o adeguate”, evidenzia il Rapporto 2020 dall’Istat, “questo collettivo esprime elevati livelli di soddisfazione per la vita nel complesso, frequenta gli amici assiduamente, ha una rete di amici, parenti e conoscenti su cui può contare in caso di bisogno. Si arriva circa alla metà se si considerano anche gli ultraottantenni che stanno discretamente e mantengono buone relazioni con la rete familiare”.

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