martedì, 11 Agosto, 2020
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Occupazione femminile: dov’è finito il work-life balance in Italia?

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Occupazione femminile: dov’è finito il work-life balance in Italia? 

Nell’aprile 2019 il Parlamento europeo ha approvato la nuova direttiva sul work-life balance, dopo due anni dalla proposta presentata dalla Commissione europea. 

La conciliazione tra lavoro e vita privata e l’armonizzazione del quadro normativo europeo di riferimento, sono da tempo obiettivi dell’Unione europea. 

Negli ultimi dieci anni, i sindacati europei si sono adoperati per cercare di migliorare l’equilibrio tra famiglia, svago e carriera, attraverso la contrattazione collettiva e i piani per la parità di genere. 

Le principali criticità riscontrate riguardano l’assenza di servizi di cura accessibili, disponibili e di qualità.

Il welfare italiano, seppure vicino alle posizioni europee e orientato a politiche di conciliazione basate sulla solidarietà alle famiglie, si dimostra incapace di far fronte ai repentini mutamenti sociali, ai diversi modelli di famiglia e alla precarietà del mercato del lavoro. E per un retaggio culturale, a farne le spese sono maggiormente le donne. 

Da un’indagine Eurostat emerge che nell’Unione europea il tasso di occupazione femminile (di età compresa tra 20 e 64 anni) nel 2018 si attesta intorno al 67%, in aumento di 1 punto percentuale rispetto all’anno precedente. Eppure il gap occupazionale tra uomo e donna rimane di 12 pp. Nel 2019, il tasso di disoccupazione per le donne nell’UE è del 7,1%, superiore al tasso per gli uomini che è del 6,4%.

Se è vero che il problema del divario occupazionale tra uomo e donna investe la quasi totalità degli Stati europei, l’Italia occupa le ultime posizioni della classifica Eurostat, seguita solo dalla Grecia. 

Nel nostro Paese la disparità tra uomo e donna è di ben 20 pp. L’occupazione è rispettivamente del 73% e 53%.

Le differenze, però, non interessano solo l’occupazione in senso stretto, ma toccano diversi aspetti della vita professionale, dai redditi percepiti ai ruoli ricoperti fino alla transizione scuola-lavoro.

Da un’audizione Istat del 26 febbraio scorso, realizzata per la XI Commissione della Camera dei deputati, emerge che in dieci anni c’è stato un aumento sia di lavoratrici dipendenti, sia a tempo indeterminato che a tempo determinato, come anche di libere professioniste, soprattutto grazie al processo di femminilizzazione svolto dalla Pubblica amministrazione. Ma nonostante questo, resta ancora basso il numero di donne che ricopre ruoli apicali. È proprio la PA a non favorire la carriera femminile, mentre segnali positivi arrivano dal settore privato e dalla politica. 

Il minore accesso alle figure apicali comporta differenziali di genere anche rispetto ai redditi percepiti: nel 2017 i redditi complessivi guadagnati dalle donne sono stati in media del 25% inferiore a quelli dei maschi (15.373 euro rispetto a 20.453 euro). Il gender pay gap nel lavoro autonomo è ancora maggiore. 

Il livello di istruzione raggiunto e il conseguente passaggio scuola-lavoro sono forieri di ulteriori discriminazioni legate al sesso. In Italia l’utilizzo di capitale umano è scarso, particolarmente per la componente femminile: seppure le giovani donne hanno livelli di istruzione più elevati rispetto ai loro pari uomini, tuttavia si registrano grosse differenze a loro sfavore nei tassi di occupazione, una volta ultimato il percorso di studi.  

Anche se i settori professionali con maggiore presenza femminile sono risultati più resilienti dopo la crisi del 2008, le dinamiche lavorative ancora non si dimostrano in grado di rispondere alle esigenze di conciliazione tra carriera e sfera privata. 

L’andamento negativo nei confronti delle donne è indipendente dalla situazione familiare, ma alla presenza di un figlio la disparità occupazionale tra madri e padri si rivela decisamente più elevata. Nonostante le politiche europee di gendar equality, in Italia subiamo ancora una certa eredità culturale e un welfare che, volente o nolente, è la sua espressione. 

Le grandi regioni del Sud fanno registrare situazioni preoccupanti, con un tasso di occupazione delle donne con figli spesso inferiore al 30%. Questi numeri sono il risultato di una ridotta diffusione o disomogenea distribuzione di servizi assistenziali ed educativi a supporto della genitorialità: uno studio di Openpolis – Con i bambini su dati Istat evidenzia che, ad una maggiore assenza sul territorio di servizi come asili nido, scuole e servizi integrativi, corrisponde una diminuzione del tasso di occupazione femminile. L’Italia è ancora indietro di 8 punti rispetto all’obiettivo Ue del 33%. 

Così, mentre gli uomini occupati con figli sono l’84,4%, le donne sono il 56,3%, la quota più bassa tra tutti i Paesi europei. Il divario raggiunge i 28,1 pp.

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