lunedì, 6 Dicembre, 2021
Il Cittadino

Lo scudo penale

La relazione finale della task force Colao offre una serie di spunti e considerazioni che vanno aldilà delle indicazioni concrete che essa ha voluto fornire.

In primo luogo il linguaggio, che nella sua essenziale semplicità colpisce moltissimo se posto a confronto con le arzigogolate normative governative.

Si tratta di un documento che può essere letto senza farsi venire il mal di testa, senza avere una specializzazione in diritto bizantino, comprensibile persino da un cittadino comune.

Laico, quindi. Dove laico, per me, significa non dover chiedere spiegazioni al “parroco”: che nel nostro vivere quotidiano coincide, a seconda dei casi, col commercialista, col geometra, col consulente del lavoro, con l’avvocato, etc.: con tutti quei professionisti, insomma, a cui bisogna necessariamente ed onerosamente rivolgersi quando si deve interloquire con lo Stato. Finanche per pagare le tasse, bisogna pagare un professionista che conosca il modo corretto per farlo, districandosi egli non solo nella gigantesca normativa, ma anche tra oscure circolari e la prassi del singolo ufficio.

In secondo luogo la considerazione che avendo essa lavorato lontano dalla politica, senza – per quanto a mia conoscenza – mai interloquire con il governo, ha portato ad una analisi basata su una prospettiva differente avendo in primo piano un obiettivo più propriamente di sviluppo imprenditoriale ed economico, perseguito in alcune proposte crudamente, senza le mediazioni necessarie, invece, alla politica.

Percorrendo tali ipotesi emerge una costante sulla quale, a parole, si è tutti d’accordo, salvo non riuscire ad arrivare mai alla semplificazione che si proclama voler perseguire: la burocrazia oppressiva che ritarda qualsiasi iniziativa e che spesso impedisce e limita proprio quello sviluppo lavorativo che, in un sistema meno piegato su sé stesso, troverebbe campo libero nel rispetto di regole chiare e attuabili.

Colpisce, al riguardo, una intervista al Ceo di una multinazionale: in Francia si sono adeguati alle norme di sicurezza anti-Covid19 in un giorno, sulla base di una unica semplice e breve legge e senza necessità di professionisti esterni; in Italia, per la stessa tipologia di stabilimento, sono servite due settimane e l’incarico a vari professionisti, con un costo ben maggiore.

Antico vizio, limite nostrano già gravissimo fino a quando si trattava di burocrazia e di disposizioni fiscali e amministrative.

Tollerabile solo perché le stesse norme, in primo luogo erano (sono) ignorate dalla maggioranza dei destinatari, i quali devono pur vivere, lavorare, produrre. In secondo luogo perché la farraginosità si estendeva anche alla sanzione, mai certa in quanto legata ad una gimcana procedurale senza soluzione concreta.

Situazione che – la relazione Colao non lo dice espressamente ma credo sia la sua più evidente affermazione- è divenuta più grave negli ultimi venti anni, essendosi estesa tale incertezza anche al diritto penale, qualificando la legge come reato comportamenti diffusi e, probabilmente, inevitabili se connessi ad una determinata attività.

Una situazione non nuova, già verificatosi clamorosamente col caso Ancelor Mittal, le acciaierie di Taranto, la cui produzione era legata allo “scudo penale” stabilito dapprima per i commissari governativi e poi trasferito all’imprenditore privato: il quale ha cessato l’attività e ha denunciato di inadempimento lo Stato, quando il Governo ne ha eliminato l’impunità.

Così la relazione Colao propone uno “scudo penale” riguardo al Covid: se permane la responsabilità penale dell’imprenditore per un eventuale contagio, nessuna attività potrà nel concreto riprendere.

Una certificazione che la politica potrà anche ignorare o criticare, ma che costituisce una ineluttabile e triste realtà della situazione attuale del nostro Paese, che trasforma ogni imprenditore in un eroe ribelle.

Ma certo l’imprenditore privato non può fare come il servizio pubblico: che ancora non riprende “in attesa di adeguarsi alla normativa vigente”.

L’esigenza stessa di dovere dotare alcune categorie di uno “scudo penale” – non so francamente quanto conforme alla Costituzione – implica il fallimento e l’inutilità della legge che prevede quel fatto come reato. O l’effetto economico distruttivo e la fuga di investitori dall’Italia.

Una riflessione sulla quale dovremmo tutti riflettere.

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