sabato, 16 Ottobre, 2021
Politica

Il buongoverno? Decidere insieme a chi conosce i problemi

Numerose sono le decisioni che il Governo dovrà adottare a partire dalle prossime settimane e nei mesi successivi su come spendere le risorse che ci verranno dall’Europa e su come riordinare i vari settori dell’economia.

Il piano presentato dalla commissione guidata da Colao è ricco di proposte e merita di essere attentamente studiato e non liquidato con i giudizi sommari che si sentono in giro e che dimostrano spesso solo supponenza e frettolosità.

Ad una prima lettura, vengono proposti, tra gli altri, numerosi interventi che da tempo dovevano essere attuati e il cui ritardo è colpevolmente responsabile della perdita di competitività del sistema Italia.

C’è da augurarsi che si sviluppi un dibattito concreto sulle proposte di Colao e che si eviti il solito chiacchiericcio politico che sorvola sui problemi e si concentra su polemiche che mirano a strappare applausi nei talk show. Da questo punto di vista i giornalisti hanno una grande responsabilità: stavolta cerchino di portare i politici a confrontarsi non sul sesso degli angeli ma su questioni concrete e pratiche. La fase che l’Italia vivrà nei prossimi mesi sarà segnata da decisioni che potrebbero davvero rimettere in sesto il nostro Paese o affondarlo definitivamente.

Molto dipenderà anche dal metodo che il Governo adotterà nel prendere le decisioni.

Occorre un radicale cambiamento di metodo, una sorta di rivoluzione copernicana che metta al centro non la correttezza formale dei provvedimenti ma la loro chiarezza, efficacia e rapidità di attuazione.

Finora da parte degli uomini di governo e dell’amministrazione è sempre stata considerata un’intrusione inopportuna, una invasione di campo la presenza ai tavoli dove si decide dei soggetti che hanno un qualche interesse da rappresentare. Si è sempre pensato che gli interessi particolari siano una sorta di male da cui guardarsi in nome dell’interesse generale. Nessuno ha mai spiegato come si fa a conoscere l’interesse generale se prima non si sono conosciuti i tanti interessi particolari di cui bisogna tener conto.

E chi sarebbe il detentore della conoscenza dell’interesse generale? La politica? L’alta amministrazione pubblica? I Gabinetti dei ministeri? E sulla base di quale capacità innata? Adam Smith sosteneva quasi 300 anni fa che “nella propria condizione locale ognuno sa più di ogni legislatore”. Ad ogni interesse è collegata una conoscenza dettagliata dei problemi necessaria per poterli affrontare.

Solo dal dialogo con chi rappresenta gli interessi particolari e quindi conosce i problemi del suo settore meglio di qualunque altro possono venire al Governo indicazioni concrete su come adottare decisioni che funzionino davvero. Ovviamente il Governo deve riuscire a fare sintesi delle varie esigenze particolari, non deve farsi condizionare eccessivamente dagli interessi particolari ma non può chiudersi in una torre d’avorio e pensare di disporre di tutte le conoscenze tecniche necessarie per scrivere norme che si possano davvero attuare.

Due sono i difetti più gravi della nostra produzione normativa. Il primo è la loro oscurità, dovuta ad un eccesso di formalismo giuridico che si traduce in testi spesso incomprensibili e solo formalmente corretti ma con infiniti rinvii a norme precedenti sulle quali vanno a sovrapporsi quelle nuove senza una effettiva armonizzazione e semplificazione. Il secondo è la loro inefficacia pratica causata sia dall’oscurità e sia dalla loro astrattezza che non tiene conto di come le cose funzionano nella realtà. E questa astrattezza dipende dal mancato dialogo con gli interessi particolari. Un esempio: il decreto dell’8 aprile che prevedeva prestiti per piccole e medie aziende con la garanzia delle banche. Il testo è stato scritto senza conoscere come funziona davvero l’erogazione del credito e quali possano essere i problemi che non adeguatamente affrontati possono bloccare tutto il processo. Che è quello che è avvenuto: con tante aziende che hanno chiesto il prestito e poche che lo hanno ottenuto e non per colpa delle banche, ma perchè la norma era stata scritta male. Se quando è stata scritta al tavolo fossero stati presenti rappresentanti delle banche i problemi sarebbero emersi subito e si sarebbe evitato di perdere tempo.

Il Governo non può affidare la stesura delle norme solo agli uffici legislativi che sanno tanto di diritto ma poco di come funzionano i tanti settori su cui le norme vanno ad incidere. Conte abbia il coraggio di introdurre una profonda innovazione: quando si devono adottare decisioni prima si ascoltino attentamente gli interessi in campo poi il Governo faccia la sua scelta in nome dell’interesse generale ma coinvolga il mondo degli interessi nella stesura delle norme per assicurarsi che esse possano funzionare e raggiungere l’obiettivo che il governo si prefigge di ottenere. In questo modo chi rappresenta interessi particolari dovrebbe assumersi una sorta di responsabilità “pubblica” nell’aiutare il Governo ad adottare scelte efficaci. E sarebbe un grande passo in avanti.

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