venerdì, 25 Settembre, 2020
Politica

L’Europa rafforza il Governo

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La proposta del Next Generation Eu da 750 miliardi, da parte della Commissione Europea, sancisce un indubbio punto a favore per il Governo.

È vero, la trattativa è appena all’inizio. Bisogna convincere i 4 Paesi egoisti (Olanda, Svezia, Danimarca e Austria) che tutelano i propri privilegi e ignorano cosa significhi la solidarietà e i Paesi opportunisti dell’est (Ungheria e Polonia in primis) per i quali l’Europa esiste solo quando regala loro molto più di quanto versano e poi scompare quando si tratta di rispettare le regole della democrazia e i principi di solidarietà.

La garanzia che alla fine l’accordo non potrà stravolgere il piano di Ursula von der Leyen sta -bisogna ammetterlo- nel cambio di rotta della Germania. Angela Merkel ben consigliata anche dal mondo imprenditoriale, ha capito che se avessero lasciato affondare l’Italia l’Europa sarebbe finita e l’economia tedesca avrebbe subito i più pesanti contraccolpi.

Il Governo italiano poteva ottenere di più se si fosse presentato in Europa forte del consenso non solo della maggioranza ma anche di un sostegno “patriottico” come dicono loro, dell’opposizione sovranista.

Conte avrebbe potuto anche forzare di più la mano se avesse fatto intravvedere non solo i il rischio di un ritorno al governo dei sovranisti ma anche l’esistenza di una sponda più forte con gli Stati Uniti cui rivolgersi in caso di mancato accoglimento delle richieste italiane.

Il risultato che porta a casa il Presidente del Consiglio gli consente di cantare vittoria, di mettere la sordina ai mugugni che accompagnano come un rumore di fondo la vita del governo giallo-rosso e di allontanare ulteriormente l’ipotesi di una crisi. L’Italia deve affrontare mesi di dura negoziazione in Europa e non può presentarsi debole e per giunta senza governo. Le crisi, si sa, in Italia durano sempre più del previsto, mai meno di due mesi. E oggi una crisi senza una maggioranza alternativa significherebbe solo un conflitto interno alla maggioranza attuale che si trasformerebbe in una guerriglia per la conquista di poltrone e spartizione di potere, giochetti abitualmente poco nobili ma assolutamente inconcepibili nel bel mezzo della crisi peggiore dal dopoguerra.

Quali alternative concrete possono esserci all’attuale coalizione? Con i numeri che ci sono, in Parlamento non nei sondaggi, nessun governo è possibile senza il Movimento 5 stelle. Gli eredi di Grillo, scomparso dai radar, o rimangono alleati col Pd o tornano tra le braccia di un Salvini oggi meno baldanzoso. Ma una riflessione si impone: in un anno di governo con la Lega i 5 stelle si sono dimezzati e la lega ha raddoppiato i suoi consensi. In 9 mesi di governo col Pd i 5 stelle hanno cominciato a recuperare un po’ di terreno e il Pd è risalito ma non tantissimo. Sulla base di questi dati di tendenza l’attuale alleanza sembra più equilibrata per entrambi i soci.

C’è il problema di Renzi. L’ex presidente del Consiglio ha scelto troppo frettolosamente di uscire dal Pd appena formato il Governo Conte sperando di divenire un polo di attrazione per delusi del Pd, transfughi di Forza Italia, alcuni grillini e anche qualche leghista moderato. Il 10% cui Renzi puntava per ora è lontanissimo.

Se Renzi fosse rimasto nel Pd oggi conterebbe di più e se avesse avuto pazienza e capacità diplomatica si sarebbe ripreso il controllo del partito, con la sua abilità manovriera e la capacità di inventarsi sempre nuovi cavalli di battaglia. Fuori dal Pd Renzi non ha sponde. Una qualche intesa con Salvini sarebbe incomprensibile soprattutto adesso che i sovranisti hanno dovuto incassare il colpo di un’Europa che si sta dando da fare sul serio. Renzi può alzare la voce su questo o quel tema ma alla fine deve trovare un accordo con la maggioranza e accontentarsi di qualche posizione di maggior visibilità. Tatticamente può muoversi molto ma non ha una strategia alternativa all’alleanza attuale.

Conte ha imparato a galleggiare e a mediare. Forte del sostegno dell’Europa può sentirsi più sicuro e tranquillo e concedere, da posizioni di forza, quel che gli serve per mantenere unita la coalizione.

Ma la vera sfida con cui si deve confrontare è utilizzare i prossimi mesi per rivoltare l’Italia da cima a fondo, per ristrutturare l’intero sistema produttivo, riorganizzare e snellire la pubblica amministrazione e la giustizia, investire massicciamente su settori strategici che assicurino lo sviluppo al Paese. È qui che giocherà le sue carte non sugli equilibrismi tra i partiti.

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