lunedì, 6 Dicembre, 2021
Attualità

Fuori fase

Le statistiche registrano un forte ribasso del coronavirus in Italia, con l’eccezione della Lombardia, che presenta ancora numeri allarmanti (forza amici lombardi: resistete!).

I numeri più positivi sono attribuiti all’inferiore (nel senso che sta in basso rispetto al Nord, non certo in senso feltriano) Meridione, col record della Calabria, ultima tra gli ultimi, questa volta addirittura indicata dal New York Times come modello da seguire.

Non c’è, però, una procedura scientifica sicura, ma indicazioni spesso contrastanti dei vari “esperti” chiamati al capezzale del governo e in soccorso dei conduttori di talk show.

Di cosa possono essere esperti costoro, lo si ignora. È un fatto che col Covid-19 siamo di fronte ad un evento sconosciuto e che nessuno, ad oggi, ha la più pallida idea della soluzione giusta: “Scienza ritegno” diceva Gramellini in un “Caffè” dei giorni scorsi.

Il rimanere a casa non è stata e non è una soluzione, ma il rimedio dell’emergenza che, se dura oltre il tempo strettamente necessario, diviene la fuga dal problema.

Un “non vivere” per non infettarsi e – se esatta la teoria del portatore asintomatico – per non infettare involontariamente il nostro prossimo. 

Rimanendo a casa, per fare un esempio, si eviterebbero anche i circa 1,35 milioni di morti registrati nel 2018 dall’OMS a causa della circolazione stradale; con 50 milioni di feriti, con esiti anche di invalidità e prima causa di morte per i giovani da 5 a 29 anni.

Ma sarebbe un “non vivere”, non un “non morire”.

Evidente che gli “arresti domiciliari” siano sostenibili (anche costituzionalmente) solo per un brevissimo tempo, tanto che tutto il mondo sta pensando alla riapertura.

Le statistiche, col senno di poi, ci diranno quale soluzione, tra le tante adottate dai vari Stati, sarà stata la più giusta, se c’è stato un rapporto col clima, con lo sviluppo economico, con l’inquinamento e altro ancora (proporrei anche un rapporto tra stupidità  ed incultura di alcuni governi ed epidemia, per vedere se qualche mia ideuzza che non esprimo, trovasse conferma).

Nel frattempo seguo con attenzione i dati di Gorizia: la città condivisa con la Slovenia,  che da quella parte del confine si chiama Nova Gorica, separata ora nuovamente non da un muro, ma da una barriera; ognuno si tenga i virus suoi: perché a Gorizia vigono le regole italiane; a Nova Gorica invece si circola liberamente, si va nei bar e le misure sono molto più attenuate. Vedremo che succederà.

Ma nell’assistere alla preparazione della così detta “fase due” registro una sensazione generale come di una stonatura di un motore che giri “fuori fase”.

In queste ore di febbrile attesa di quello che in Italia sarà il decreto “aprile” e che sanzionerà l’inizio della fine della sospensione dei nostri diritti costituzionali, sto traendo una sensazione di estrema confusione e dell’incapacità ad ipotizzare concretamente la realtà che si disegna; ma anche soltanto a comunicare, la vita dei mesi che verranno.

Non mi riferisco a singoli provvedimenti, anche se, personalmente, avrei puntato sulla profilassi personale, ritenendo  impossibile da rispettare il distanziamento sociale:

– impossibile quando parliamo di trasporto pubblico, il quale, se c’è, deve garantire le esigenze di spostamento di tutti quelli che ricorrono ad esso. Contingentare gli ingressi significa negare qualsiasi organizzazione imprenditoriale, non potendo garantire il rispetto dell’orario di lavoro; e se non sul binario, ci sarà comunque un punto in cui la gente si assembrerà per aspettare il suo turno;

– inutile quando si voglia impedire la vicinanza indiscriminata: una famiglia convivente al ristorante può anche mangiare gomito a gomito e una coppia deve potersi fare un tête à tête o viaggiare mano nella mano in aereo o sul treno;

– costoso, quando si impongano misure destinate a durare solo un brevissimo periodo, non potendosi neppure ipotizzare la loro non provvisorietà.

Il rumore però certamente più “fuori fase” è quello della testata: il cuore del motore che non riesce a comandare gli altri ingranaggi, ciascuno dei quali va per i fatti suoi, senza capire che è l’intera macchina che deve insieme riprendere a camminare e che è inutile che alcuni ingranaggi siano ben oliati, se altri rimangono fermi.

Metafora che non so come estendere a livello internazionale, cioè alle tante macchine che dovranno tornare a camminare vicine una all’altra: è chiaro che queste, se non varranno le norme precedenti, dovranno trovare regole comuni, da tutti condivise.

Altrimenti finiranno tutte in un gigantesco ed inesplicabile ingorgo.

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