mercoledì, 23 Ottobre 2019
Editoriale Società

Insegnamenti dal passato

Correva l’anno 1997 ed un allora Ministro dello Stato, Tina Anselmi, riferiva al Consiglio dei Ministri le difficoltà attuative della sua legge sull’occupazione giovanile (L. 285 dei 1 giugno 1977).

In particolare, la Ministra riferiva l’enorme sforzo di gestione degli uffici di collocamento, la carenza di strutture adeguate e l’effettiva disamina dei requisiti personali, che avrebbero consentito delle priorità per l’assegnazione dei posti di lavoro. 

Ulteriore perplessità suscitava la concessione degli sgravi fiscali alle imprese, che avrebbero potuto far iscrivere nelle liste i propri lavoratori a termine per poi riassumerli con le agevolazioni. Infine la Anselmi richiamava l’attenzione dei colleghi sul pericolo che le pubbliche amministrazioni, avvezze a favoritismi vari, mascherassero le chiamate in servizio per i giovani laureati e diplomati come necessità di funzionalità operative di alto spessore amministrativo e tecnico, per invece adibire i nuovi dipendenti ai servizi socialmente utili. 

Avvertiva quindi l’assoluta necessità di porre in essere i dovuti controlli, affinché gli uffici statali non potessero adottare quel criterio da Lei definito di puro assistenzialismo, dannoso per tutta la Nazione. 

Fu questa la giusta medicina che permise l’assunzione di 800.000 giovani che riuscirono a formare le loro famiglie, inserirsi a pieno titolo nella società civile ed a contribuire fortemente alla riorganizzazione della macchina amministrativa e alla conseguente crescita economica dell’Italia.

Oggi nulla è cambiato per la necessità e la difficoltà di inserimento dei nostri giovani, anche altamente qualificati, nel mondo produttivo ma, a differenza delle soluzioni del secolo passato, si è pensato che distribuendo elemosine, erogate esclusivamente con un semplice criterio di “povertà“ , senza alcuna differenziazione per capacità ed istruzione, si potesse supplire alla richiesta di un’occupazione stabile da parte di coloro che ancora considerano il lavoro un diritto inalienabile.

Così operando il governo non farà altro che sperperare denaro pubblico, senza alcuna azione innovativa e di cambiamento di cultura del nostro Paese, che sempre più si abituerà al pensiero di un diritto all’assistenzialismo.

Vera e unica misura da adottare dovrebbe essere invece l’assunzione da parte dello Stato, con criterio meritorio e non solo di necessità materiale, di centinaia di migliaia di giovani, oggi più di ieri indispensabili nei comparti della nazione quali: sicurezza, giustizia, sanità, previdenza, istruzione, pubblica amministrazione ecc. 

E’ giunta l’ora di decidere se sia il caso di spendere soldi pubblici solo per proclami politici oppure sia il momento opportuno di formare la nuova classe dirigenziale, cardine indispensabile per la crescita della nostra Italia. 

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