domenica, 26 Maggio, 2024
Società

Giustizia: la riforma è in arrivo!

La scorsa settimana sarà ricordata come quella iniziata con l’approvazione, da parte del Senato, (dell’avvio) di una riforma che attendevamo da almeno trent’anni e che – in questa attesa – era stata prevalentemente oggetto di interventi peggiorativi, l’ultimo dei quali (correntemente indicato come “Legge spazzacorrotti”) aveva consentito alla parte più oltranzista della Magistratura di coronare il proprio sogno di colpire i “colletti bianchi” per il solo fatto di esser qualificabili come tali, prima ancora che per i reati che alcuni di loro potessero aver effettivamente compiuto.

Ne è risultata una torsione dei diritti fondamentali dei cittadini che ricoprano incarichi pubblici rispetto alla quale soltanto il giustizialismo più bieco ha tentato – talvolta anche riuscendoci – a trasformare l’Italia in una sorta di “arcipelago Gulag” dove la furia indagatoria di alcuni ben individuati Procuratori della Repubblica ha voluto applicare, anche nei confronti di comuni cittadini, gli strumenti eccezionali originariamente previsti per contrastare le organizzazioni mafiose.

Il primo tentativo di opporsi a questo pericoloso fenomeno è stata l’approvazione – nella scorsa legislatura – della Legge Cartabia (che non a caso porta il nome di un ex presidente della Corte Costituzionale, ovvero di una personalità che ben conosce il problema di come tutelare i diritti fondamentali dei cittadini), ma anche quel timido tentativo di ripristinare quei diritti è stato immediatamente bollato come fattore di progressivo indebolimento della lotta alle mafie.

Poi è arrivato il Ministro Nordio, annunciando di voler completare il percorso appena iniziato, realizzando finalmente una riforma attesa da decenni; ma sono bastate le sue parole in sede di insediamento al Dicastero della Giustizia per far gridare allo scandalo molti titolari di uffici giudiziari, che vedevano nelle iniziative da Lui annunciate un pericoloso contenimento dello strapotere conquistato da quei signori negli ultimi decenni e che neanche le rivelazioni del Giudice Palamara, a proposito della commistione fra giustizia e politica, erano riuscite ad intaccare.

Veniamo allora a descrivere le linee portanti di questo ulteriore passo verso una completa riforma della giustizia, per allinearla a quella degli altri Paesi membri dell’Unione Europea: una riforma che continua a far gridare allo scandalo proprio coloro che – con le loro iniziative, spesso improvvide – sono riusciti a convincere della necessità di quella riforma, addirittura forze politiche fra loro incompatibili sotto ogni altro profilo.

Dato il poco spazio a disposizione, eviterò di richiamare le modificazioni secondarie all’assetto attuale che tale ultimo atto normativo prevede, limitandomi però a ricordare come – attraverso queste modificazioni – si voglia raggiungere l’unica finalità di rendere effettive le conseguenze del principio della presunzione di innocenza come impostoci, prima ancora che dalla Costituzione, dalle direttive dell’Unione Europea.

La prima di tali linee portanti consiste nell’abrogazione del reato di Abuso D’ufficio, ovvero di una figura non definibile secondo parametri certi, che ha però consentito ad inquirenti non sempre lontani dall’agone politico di avviare indagini inconsistenti al solo fine di compromettere l’immagine e le funzioni di amministratori pubblici la cui principale colpa era – nella realtà – quella di essere portatori di proposte politiche diverse da quelle che avrebbero gradito gli inquirenti.

La seconda è quella di una modifica restrittiva del cosiddetto “traffico di influenze illecite”: altra figura di reato talmente evanescente da aver consentito a chi ne fosse accusato di subire uno sputtanamento mediatico per il solo fatto di avere organizzato qualche cena onde proporre una determinata candidatura per la copertura di non meglio precisati ruoli nell’ambito di una organizzazione che – sempre ad avviso degli inquirenti – avrebbe (magari solo in futuro) potuto avere un qualche rilievo pubblico.

La terza linea portante riguarda poi la stretta dell’uso indiscriminato di misure cautelari per evitare di punire inutilmente gli indagati prima ancora di una minima verificazione dell’effettiva sussistenza di sufficienti indizi di colpevolezza a loro carico.

E’ infatti proprio quest’ultimo il settore dove la mancata separazione delle carriere fra inquirenti e giudicanti ha potuto generare la maggior parte degli abusi, anche perché la mancata repressione di questi ultimi da parte del Consiglio Superiore della Magistratura ha, a sua volta, dato origine ad episodi, quando non drammatici, perlomeno grotteschi: basti ricordare quello che accadde allorchè la Procura di Roma – inventando di sana pianta l’esistenza di una “Mafia Capitale”, sulla base di una lettura storicistica di quel che avveniva in città (lettura poi battuta in breccia dalla Corte di Cassazione) – decise di applicare Tout Court, nei confronti degli indagati, le prescrizioni del Codice Antimafia senza che alcuno degli autori di una simile prospettazione venisse punito (magari con la minima sanzione della perdita di anzianità) per questo marchiano errore.

Una certa compiacente pubblicistica ha giustificato questi errori, qualificandoli come gli inevitabili danni collaterali che sempre accompagnano l’affannosa ricerca di una giustizia uguale per tutti; peccato però che i sostenitori di una simile giustificazione non abbiano tenuto a mente le parole di Leonardo Sciascia quando sostenne – già nel 1989 ed evidentemente come paradosso – che il modo migliore di raggiungere questo risultato, specialmente nel combattere la mafia da parte dello Stato, avrebbe dovuto essere – per Quest’ultimo – quello di suicidarsi!

 

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