giovedì, 21 Gennaio, 2021
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La previdenza integrativa motore di sviluppo sostenibile

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Su cento euro gestiti dalla previdenza complementare, solo 24 restano nel nostro territorio e solo 3 vanno a finanziare imprese e attività produttive.

È quanto emerge da uno studio di Banca Etica che sarà presentato questa mattina durante un convegno a Roma presso il Centro Astalli.

Le ingenti risorse finanziarie gestite dai fondi della previdenza complementare in Italia potrebbero essere uno strumento formidabile per sostenere lo sviluppo dell’economia reale e per alimentare un durevole patto intergenerazionale.

Purtroppo, però, come dimostra l’analisi realizzata da Banca Etica, tutto questo non avviene.

E pensare che la previdenza integrativa potrebbe favorire gli investimenti e con essi lo sviluppo del tessuto produttivo del Paese, creando occupazione che, a sua volta, produce risparmio per alimentare nuovi investimenti.

Un dato su tutti: il risparmio previdenziale privato in Italia supera i 250 miliardi di euro e riguarda circa 10 milioni di soggetti tra iscritti e già pensionati.

Dal Report di Banca Etica emerge che gli investimenti in titoli di debito pubblico ammontano al 41,7% del totale (21,4% in titoli dello Stato italiano); in titoli di debito privato è investito il 17,1%; in azioni e altri titoli di capitale va il 16,4% e il 13,8% va in quote di Oicr (fondi di investimento e strumenti affini).

Sommando l’esposizione azionaria nelle sue varie forme, il sostegno dei fondi previdenziali complementari italiani alle imprese pesa per il 40,5% delle risorse gestite. Complessivamente, all’economia italiana di queste risorse arriva il 27,7% (36,7 miliardi sui 132,5 di totale gestibile), il 77% delle quali investito in titoli di Stato. Escludendo gli investimenti immobiliari e la gestione della liquidità, si osserva così che del complesso dei fondi previdenziali complementari gestiti nel nostro paese, arrivano alle imprese italiane 3,7 miliardi di euro, pari al solo 2,8% del potenziale.

Di queste, ancora, l’89% viene investito in titoli di imprese quotate, e solo 400 milioni di euro va ad imprese italiane non quotate (lo 0,3% del totale).

Il direttore di Banca Etica, Alessandro Messina invita a non sottovalutare “il sostegno al debito pubblico, che consente di finanziare servizi essenziali per la collettività”. Ma considerando che una buona parte di esso serve “solo” a finanziare il pagamento degli interessi sullo stock già in essere, si rafforza la netta impressione che non si stia cogliendo il forte potenziale redistributivo, in termini finanziari, che c’è in gioco quando si parla di previdenza complementare”.

Senza considerare il fatto che se la previdenza complementare facesse propri i criteri della finanza etica “potrebbe favorire la riconversione ecologica, accelerare la transizione a un’economia carbon free, sostenere le imprese più attente ai diritti umani e all’impatto sociale e ambientale dell’intera filiera produttiva”.

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