mercoledì, 8 Aprile, 2020
Europa

La rivoluzione della classe media provinciale

Parlando con qualche esperto della materia si ha come l’impressione di essere stati feriti, ma non a morte. Anche Il Sole 24 Ore fa il punto e conta oltre 270 aziende che hanno fatto le valigie e lasciato la City, vite comprese.

Da questa parte della Manica il mestiere è minimizzare, quando non è proprio possibile evitare il discorso: neanche messe insieme Amsterdam, Francoforte, Dublino, Lussemburgo e Parigi potrebbero impensierire Londra nel dopo Brexit, sussurrano.

Un professionista del mondo delle costruzioni mi raccontò che l’x-factor di Londra starebbe nel suo unicum urbanistico che ne ha favorito crescita e sviluppo concorrendo a farne un successo planetario.

Birmingham, al contrario, non avrebbe riscosso simile fortuna a causa di una urbanistica sbagliata a partire dal secondo dopoguerra: pensata politicamente come una sorta di Los Angeles, ha finito col costruire poverissimi ghetti interni, molto benestanti sobborghi e arterie di collegamento costantemente intasate.

Così Londra la bella è diventata l’oggetto del desiderio di molti e i prezzi per accedervi sono arrivati alle stelle, speculazioni a parte. I manager quarantenni che a Londra c’erano hanno dovuto trasferirsi nelle piccole aree rurali di campagna inglesi o nei sobborghi delle grandi città, come quelle attorno a Birmingham. Tenere famiglia costa, retorica a parte.

Tuttavia, il nostro adesso vanta uno stipendio sopra la media, ha scalato alcuni gradini della scala sociale e sa, per esperienza diretta, che non è stato affatto facile vuoi per non aver avuto una famiglia giusta a coprirgli le spalle e apparecchiargli tavoli e relazioni preferenziali, vuoi perché il suo accento è sporcato dalla sua provenienza, vuoi perché non ha frequentato scuole di élite, e pur se lo ha fatto non sono servite a giustificare un vantaggio sociale, una distanza, il privilegio.

Questa persona, come sottolinea una recente ricerca, è il grande convitato di pietra nell’attuale dibattito politico mondiale e non il povero operaio impoverito, come comunemente si fa passare forse perché di maggior presa collettiva.

Vedi Brexit, Trump, Salvini e certo movimentismo, dalle stelle alle sardine, per esempio. A leggere nei numeri del loro zoccolo duro, infatti, è la borghesia di provincia le cui ambizioni sono state frustrate dalla chiusura di certi circoli sociali o dalla crisi finanziaria che rappresenta il cuore del populismo mondiale, l’attuale centro del mondo.

Si tratta di uomini e donne che hanno imparato, senza sconti, che la meritocrazia è una frode perché ogni volta che hanno provato ad avvicinarsi al mondo di sopra ne sono stati regolarmente respinti. L’eminenza grigia dietro la Brexit, Dominic Cummings, per esempio, che dall’élite proviene, ha saputo intercettare e incanalare in modo molto efficace questo risentimento.

Non hanno fatto evidentemente eccezione gli strateghi di Trump, quelli di Salvini e di certa parte del movimentismo italiano che hanno protetto e coltivato quelli che sono stati definiti professionisti della provincia dalla vita deludente, ovvero partite iva, commercialisti, consulenti a vario titolo e piccoli imprenditori. In altri termini, la maggioranza silenziosa e produttiva di ogni paese occidentale, quella che crea lavoro e ricchezza per tutti. Che stavolta ha fatto la rivoluzione.

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