lunedì, 24 Febbraio, 2020
Politica

Riforme ferme, politica allo sbando

L’Italia è da tempo sofferente di una forma di “schizofrenia istituzionale”, un malessere grave che permea la sfera pubblica. Esso si manifesta nell’andamento divergente tra la stasi delle grandi riforme di cui il Paese ha bisogno da decenni e la perenne agitazione della politica.

Sono due fenomeni che offrono dell’Italia un’immagine sempre meno credibile all’estero. Da un lato tutti i partiti parlano sempre della necessità di attuare grandi riforme strutturali che rimettano in moto l’economia e risolvano problemi sociali, dall’altro nessuno si adopera per creare un clima di stabilità prolungata nel tempo, precondizione per poter ideare, scrivere e attuare interventi che incidano su problemi cronici gravi.

Il costo di questo comportamento duale è sotto gli occhi di tutti: le riforme non si fanno, al loro posto ci sono rattoppi e interventi di piccolo cabotaggio mentre la frenesia della politica e la conseguente instabilità dei governi fa salire il prezzo che dobbiamo pagare a coloro che comprano i titoli del debito pubblico e lascia il Paese con problemi irrisolti.

Nessuno vuol negare ai partiti il diritto di avere tormenti e di andare alla ricerca di orizzonti nuovi, ma è troppo chiedere ai partiti di fare i propri ritiri spirituali senza che ogni volta questi si traducano in attentati alla stabilità dei governi?

Ma c’è di più. Quando i partiti si arrovellano al loro interno, si lacerano, si spaccano potrebbero dedicare in questo loro tormento uno spazio all’ideazione di grandi riforme da proporre ai cittadini invece di limitarsi a scatenare solo guerriglie e imboscate?

Le vecchie ideologie, per quanto piene di errori, vivevano di grandi visioni. Il riformismo non ideologico che ha permeato le grandi decisioni che l’Italia adottò negli anni Cinquanta (la liberalizzazione degli scambi, l’adesione all’Europa), negli anni Sessanta (la programmazione economica), negli anni Settanta (lo Statuto dei lavoratori e l’istituzione del Servizio sanitario nazionale) hanno via via ceduto il passo ad un pensiero politico sempre più debole e incapace di guardare oltre il breve, brevissimo periodo. Se si escludono la scelta di Craxi di cancellare la scala mobile, quella di Prodi di entrare nell’Euro e i due interventi sulle pensioni (Dini nel 1995 e Fornero nel 2012) resta ben poco.

Nel frattempo però sono nati e morti decine di partiti, altri hanno cambiato nome e simbolo, altri ancora si sono spaccati, sono apparsi soggetti nuovi, si è dispiegata una sorta di “moto perpetuo” che non si è mai tradotto né in aumento della stabilità e della forza dei governi né in un confronto tra grandi visioni riformatrici.

L’ultima seria proposta di una Grande Riforma risale ai tempi di Craxi. Ma non se ne fece nulla. Poi ci ha provato Renzi quando era pieno di grandi propositi, ma il suo progetto era troppo identificato con la sua persona, peraltro neanche tanto simpatica, e si era condannato da solo al fallimento.

Il Governo Conte 2 nato per spaccare il fronte populista e isolare le spinte minacciose di una destra nazionalista e intollerante ha davanti un orizzonte temporale ampio che dovrebbe concludersi nel 2023.

Se i partiti di maggioranza si dedicassero a progettare grandi riforme da attuare in questi 3 anni (Giustizia, Scuola e Università, semplificazione legislativa e burocratica, definizione di una strategia politica industriale, un nuovo meridionalismo non assistenziale) potrebbero continuare a fare i conti al proprio interno senza scaricare le loro diatribe sul Governo. Con vantaggio per tutti.

Invece no. Ogni occasione è buona per litigare su tutto, senza proporre soluzioni di ampio respiro e facendo aumentare l’instabilità del Governo.

La politica sembra soffrire di ADHD, “sindrome da deficit di attenzione e iperattività”, una malattia che è tipica dell’infanzia e che con la maturità dovrebbe scomparire… già, la maturità. Appunto.

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