venerdì, 27 Novembre, 2020
Economia

Il Prosecco vince sulla Brexit

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La voglia di Prosecco, azzera la Brexit. Quando le bollicine hanno la meglio sulla politica, a vincere è l’Italia del buon bere, della enogastronomia che supera le contrapposizioni e i trattati. A mettere in evidenza come l’Italia riesca a mettere a segno dei colpi commerciali anche quando tutto dovrebbe imporre e far pensare il contrario è la Coldiretti che con orgoglio annuncia: la Brexit fa volare del 13% nel 2019 le esportazioni di bottiglie di Prosecco. Proprio nel Regno Unito arriva la sfida del Prosecco dove la birra è la bevanda più consumata. “In Gran Bretagna è corsa agli acquisti per fare scorte del prodotto Made in Italy più apprezzato dagli inglesi, tradizionali bevitori di birra”. Ricorda la Coldiretti bella analisi sui consumi presentata in occasione dell’Assemblea nazionale, sulla base dei dati Istat relativi ai primi nove mesi dell’anno. Un record storico per il Prosecco con quasi una bottiglia esportata nel mondo su tre che – sottolinea Coldiretti – è stata spedita nel paese della regina Elisabetta.

“A spaventare è il rischio che il prodotto simbolo del Made in Italy in Gran Bretagna”, continua la Coldiretti, “possa essere colpito dalle barriere tariffare e dalle difficoltà di sdoganamento che potrebbero nascere da una Brexit con una maggiore difficoltà per le consegne. Il vino italiano, complessivamente ha fatturato sul mercato inglese quasi 827 milioni di euro nel 2018, spinto proprio dal boom del Prosecco Dop con 348 milioni di euro”.

In pericolo, secondo i dati delle Camere di commercio, ci sono complessivamente 3,4 miliardi di euro di esportazioni agroalimentare Made in Italy nel 2018 in Gran Bretagna che si classifica al quarto posto tra i partner commerciali del Belpaese per cibo e bevande dopo Germania, Francia e Stati Uniti. Dopo il vino, al secondo posto tra i prodotti agroalimentari italiani più venduti in Gran Bretagna c’è l’ortofrutta fresca e trasformata come i derivati del pomodoro con 234 milioni, ma rilevante è anche il ruolo della pasta, dei formaggi e dell’olio d’oliva. Importante anche il flusso di Grana Padano e Parmigiano Reggiano per un valore attorno ai 85 milioni di euro. “Da sciogliere anche il nodo”, continua Coldiretti, “della tutela giuridica dei prodotti a indicazioni geografica e di qualità (Dop/Igp) che incidono per circa il 30% sul totale dell’export agroalimentare Made in Italy e che, senza protezione europea, rischiano di subire la concorrenza sleale dei prodotti di imitazione da Paesi extracomunitari. Un rischio concreto se si considerano le vertenze del passato nei confronti della Gran Bretagna con i casi della vendita di falso prosecco alla spina o in lattina fino ai kit per produrre in casa finti Barolo e Valpolicella o addirittura Parmigiano Reggiano”.

Il rischio è che si verifichi quanto già avvenuto per le esportazioni Made in italy colpite dai dazi statunitensi che hanno colpito i formaggi italiani più famosi come Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Gorgonzola, Asiago, Fontina, Provolone ma anche salami, mortadelle, crostacei, molluschi agrumi, succhi e liquori come amari e limoncello. “A ottobre”, secondo i dati Coldiretti, “mese di entrata in vigore degli aumenti tariffari del 25% decisi dall’amministrazione Usa per la black list di prootti, la crescita delle esportazioni alimentari italiane negli States si è, infatti, praticamente azzerata (+0,6%) dopo che nei nove mesi precedenti erano aumentate in media del 14,1%. A trarne vantaggio”, spiega ancora la Coldiretti, “è stata l’industria del Made in Italy tarocco sono state proprio le brutte copie americane realizzate in Wisconsin, California e nello Stato di New York, dal parmesan con un aumento della produzione ad ottobre del 5,7% rispetto al mese precedente fino al Romano con un balzo del 32,2% nello stesso periodo”.

“Non è accettabile che sui dazi l’Europa dica ai singoli stati di avviare un dialogo con gli Usa. Gli Stati Uniti non si muovono come California ma come Stati Uniti”, afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini, “Da Paese fondatore dobbiamo pretendere che sia l’Unione Europea l’interlocutore dell’America, muovendosi con una visione strategica collettiva, soprattutto dinanzi al rischio che le difficoltà interne che il presidente Donald Trump sta vivendo con l’impeachment lo portino ad attuare nuove politiche “di pancia” e che domani quei prodotti che erano estati esclusi dai dazi ne possano essere colpiti. Occorre dunque riprendere il dialogo”, continua Prandini, “per evitare uno scontro dagli scenari inediti e preoccupanti che rischia di determinare un pericoloso effetto valanga sull’economia e sulle relazioni tra Paesi alleati”. E’ così sempre più urgente l’attivazione di aiuti compensativi ai settori più duramente colpiti”, conclude il presidente della Coldiretti, “e concedere sostegno agli agricoltori che rischiano gli effetti di una tempesta perfetta tra dazi Usa e pericolo di Brexit, dopo aver subito fino ad ora una perdita di un miliardo di euro negli ultimi cinque anni a causa dell’embargo totale della Russia”.

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