venerdì, 26 Febbraio, 2021
Attualità

Lo spirito che manca all’Italia

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Nel discorso di fine d’anno, il Presidente Mattarella ha evocato la sapienza, l’umanità, l’altruismo come caratteristiche della nostra identità e ha così lanciato il sasso nello stagno per avviare una meditazione su quale sia l’identità migliore del nostro Paese.

Si tratta di una riflessione che tutti i cittadini devono fare ma che deve trovare dei punti di riferimento nelle classi dirigenti, innanzitutto politiche, ma anche intellettuali, professionali e imprenditoriali.

Chi siamo davvero noi italiani? Quali sono i veri punti di forza della nostra tradizione e cultura? Di cosa siamo davvero capaci e cosa possiamo fare del nostro Paese?

Di questa riflessione abbiamo bisogno non di proclami sovranisti o nazionalisti o di giaculatorie populiste che servono ad obnubilare le menti e non rischiararne le visioni.

Già le visioni!! Non esiste classe dirigente se ha non una “visione” dell’identità e del destino del proprio Paese che sia fondata sulle caratteristiche storiche, sociali e culturali migliori della sua tradizione.

È questo, probabilmente, il principale vuoto delle élite politiche italiane che annaspano nella polemica del quotidiano, aizzano gli animi con effimere e altisonanti dichiarazioni di guerra contro “nemici” e nel deserto creato dalle loro vacue polemiche quotidiane non offrono ai cittadini nessun messaggio di orientamento.

L’Italia ha bisogno, invece, di ritrovare il suo “spirito” migliore. Cosa significa questa espressione? Significa riprendere dalla nostra storia passata e recente tutti gli elementi positivi che hanno contribuito a rendere il nostro Paese una democrazia moderna pluralista, protagonista delle grandi scelte internazionali, soprattutto quella Europea e Atlantica, dotata di un’economia che ha creato enorme ricchezza nazionale e benessere.

Mattarella ha ricordato l’altruismo, l’umanità, la sapienza. E accanto a questi elementi dello spirito italiano bisogna aggiungere la creatività, la voglia di mettersi in gioco, il desiderio di rischiare per intraprendere attività economiche e culturali originali, la capacità di sopportare sacrifici, il coraggio di affrontare sfide enormi, il senso di solidarietà collettiva in questa opera di costruzione di un futuro migliore.

Questo spirito nell’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta- nonostante le immaturità della nostra democrazia e i gravi conflitti sociali dell’epoca- è stato dominante e ha costituito l’ossatura psicosociale e l’humus culturale (in senso antropologico) su cui è stato costruito il grande miracolo economico sui cui successi ancora basiamo gran parte del nostro benessere.

Ma questo spirito si è andato via via prima annacquando e poi disperdendo fino quasi a scomparire negli ultimi 20 anni caratterizzati dal declino dell’identità collettiva prima ancora che dell’economia e del vivere civile.

Il vero impoverimento dell’Italia è consistito nello smantellamento della sua migliore identità storico-sociale e nello scivolare sempre di più verso comportamenti accomodanti, furbeschi, da rentiers che non hanno voglia di sacrificarsi per costruire e innovare più che da veri imprenditori di se stessi.

Lo spirito trionfante di un’Italia che non si rassegna e si sfida tutti i giorni ha lasciato lo spazio ad una mediocrità basata sull’ignavia, sul lasciarsi andare, sul cercare solo di sistemare i piccoli o grandi affari privati di corto respiro, abbandonando qualsiasi progettualità collettiva e qualsiasi voglia di sentirsi artefici di una “missione” per rendere l’Italia una casa comune più civile, più ricca e più accogliente per tutti.

Da questa perdita d’anima derivano i principali errori che sono stati commessi da venti anni e forse più. E da questa autocritica che bisogna partire se si vuole ritrovare l’energia per arrestare il lento scivolamento verso il basso in tutti i campi per invertire bruscamente e rapidamente la marcia.

Ai nostri giovani è questo spirito positivo che dobbiamo trasmettere. Le élite, politiche e non, dovrebbero recitare il mea culpa e rimettersi a svolgere il loro compito che è quello di indicare all’Italia un orizzonte nuovo, positivo, coraggioso, attraente e pieno di forza motivante per tirar fuori- costi quello che costi-il meglio di noi stessi.

Ci auguriamo che nel 2020 tutti coloro che contribuiscono a veicolare contenuti, sensibilità e idee si sentano impegnati in questo sforzo.

Occorre ritrovare lo spirito della ripresa intellettuale, morale, civile e imprenditoriale del nostro Paese, unico antidoto a questo decadente piangersi addosso, schiaffeggiarsi a vicenda e mangiarci quel che resta del benessere che ci umilia, ci immiserisce, non fa onore al nostro passato e prefigura un futuro triste e meschino.

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