giovedì, 2 Aprile, 2020
Economia

Stato imprenditore o stato salvatore?

Il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha affermato che quando il mercato fallisce è doveroso che lo Stato intervenga.

Per chi l’avesse dimenticato l’Italia fino alle privatizzazioni degli inizi degli anni Novanta era un Paese tecnicamente socialista, dove più della metà del PIL era creato dal settore, a vario titolo, pubblico.

C’era un Ministero ad hoc, quello delle Partecipazioni Statl, che si occupava della presenza dello Stato nell’economia. Funzionava? Per molti aspetti si e pure bene.

Avevamo dei campioni nazionali come la società dei telefoni SIP, l’Alitalia dei tempi d’oro, le solite Fincantieri, Finmeccanica, ENI, Enel, la stessa Italsider, Autostrade e altre aziende che operavano in condizioni di monopolio in Italia ma erano molto competitive a livello europeo e internazionale.

È vero che lo Stato deteneva partecipazioni strategiche anche in settori dove la sua presenza era ampiamente ingiustificata (i famosi “panettoni di Stato”). È vero anche che lo Stato interveniva, tramite la GEPI, per salvare aziende decotte che sarebbe stato meglio far fallire, destinando le risorse per promuovere altre attività innovative.

Ed è vero anche che i partiti esageravano nella lottizzazione di queste aziende, che però potevano vantare un management di altissimo livello.

Bisognava razionalizzare le partecipazioni strategiche dello Stato, mettere sul mercato aziende che lo Stato non era in grado di gestire, introdurre norme più stringenti per mettere dei limiti all’ingerenza dei partiti.

Invece si preferì vendere i gioielli di famiglia ma non per una svolta “liberista” del pensiero economico dominante ma semplicemente per fare cassa. Ci si illuse che vendendo – o, in alcuni casi, svendendo – aziende meravigliose si poteva finalmente arginare il debito pubblico, rafforzare la lira ed evitare le montagne russe di manovre mozzafiato come quella di Amato del settembre 1992.

Avendo l’Italia oggi un debito doppio rispetto a quello di allora…si deve concludere che fu un errore grave, inutile e anche una scelta autolesionista.

In settori strategici come l’energia, le comunicazioni, i trasporti e e gli armamenti la presenza forte dello Stato è ampiamente giustificata, a condizione che sia correlata all’efficienza e sganciata da lottizzazioni politiche che si estendano oltre i Consigli di Amministrazione e arrivino anche al management.

Quello che resta della presenza pubblica in Economia oggi funziona abbastanza bene perché negli anni manager capaci hanno saputo governare aziende complesse in alcune delle quali lo Stato ha diminuito la sua partecipazione mantenendo la golden power.

Il contesto in cui si parla nuovamente oggi di presenza dello Stato è però troppo spesso legato a crisi aziendali gravi che i governi non sono riusciti a gestire adeguatamente (Alitalia e Italsider) e ad alcune gravi crisi del sistema creditizio che hanno fatto rimpiangere l’esistenza di banche pubbliche.

Si parli della presenza dello Stato senza tabù e senza riserve o entusiasmi ideologici. Ma si tengano d’occhio le regole di funzionamento dell’economia, i vincoli della nostra appartenenza all’Europa e le spietate dinamiche della competizione in un mondo globalizzato.

Lo Stato non può tornare ad essere la balia di bambini capricciosi cui fornire tutto quel che desiderano. Se i soldi pubblici devono essere impegnati essi devono servire non a salvare questo o quello ma a tenere in piedi e rilanciare attività che siano davvero strategiche per il Sistema Italia. Lo Stato può tornare a fare l’imprenditore in alcuni settori, possibilmente quelli a più alto valore innovativo dove si richiedono investimenti che i privati non sono in grado di poter fare. Ma nessuno si sogni il ritorno allo Stato-salvatore che profonde denaro pubblico in aziende decotte e fuori mercato. L’assistenzialismo pubblico nel settore industriale e dei servizi deve essere considerato sepolto una volta per tutte.

Quanto alle banche gli interventi di salvataggio con prestiti trasformati in equity, come per Monte Paschi di Siena, dovrebbe essere limitati nel tempo. Quanto all’idea di avere a disposizione una banca pubblica che finanzi il rilancio del Mezzogiorno si deve stare molto attenti: in assoluto non è sbagliato; ma per scongiurare il rischio che divenga un’appendice dei partiti, dispensatrice di favori agli amici degli amici, le regole del suo funzionamento dovrebbe essere rigorose e il management dovrebbe essere scelto non dai politici ma da società esperte nella selezione di capi azienda attingendo al mercato internazionale.

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