giovedì, 30 Marzo, 2023
Economia

Inflazione e Pnrr. 80 miliardi gli extra costi. A rischio anche budget di imprese e famiglie

L'analisi della Cgia. ll taglio del cuneo fiscale ultima speranza per salvare buste paga e consumi

Gli extra costi di materie prime e l’innescarsi dell’inflazione mandano in tilt i budget dei ministeri per l’attuazione del Piano nazionale di Ripresa. Ieri l’ennesimo annuncio delle difficoltà con il ministro dell’Ambiente e Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, che ha calcolato in 5 miliardi in più “sui 35 previsti per l’Ambiente”, giungendo alla conclusione che: “O si taglia sulle opere, o non ci stiamo dentro”. L’allarme, tuttavia, è generale e riguarda tutti i progetti da attuare, opere pubbliche con imprese a fare i conti delle maggiorazioni dei costi. Oltre all’inflazione a due cifre, c’è l’importazione delle materie prime, che hanno subito aumenti generalizzati e incontrollati, non solo nel settore dell’energia. Gli extra costi pesano 80 miliardi in più, non previsti, che si abbattono sui progetti esecutivi e gli stati di avanzamento che fanno scattare picchi di oneri aggiuntivi diventati insostenibili. Un effetto domino che si abbatterà sui budget delle imprese e sui bilanci famigliari.

Carbone, gas e inflazione

I calcoli sono stati sviluppati dall’Ufficio studi della società di analisi socio economiche Cgia di Mestre. “I prezzi dei metalli e dei minerali, ad esempio, in questi ultimi tre anni sono rincarati mediamente del 25,7 per cento; quelli energetici, invece, sono raddoppiati (+101,3 per cento)”, segnala la ricerca che sottolinea anche come in alcuni casi i rincari siano stati inimmaginabili, “tra gli energetici l’aumento del prezzo del carbone è stato del 463,3 per cento e del gas naturale addirittura del 671,6 per cent. Più contenuti, ma sempre fuori dalle previsioni, i rincari registrati dal ferro: +4,6 per cento; dallo stagno +16,8 per cento; dallo zinco: +21 per cento; dal nickel +29,3 per cento; dall’alluminio +30,7 per cento; dal rame +32,9 per cento; e dal petrolio +57,7 per cento. Tra le materie prime prese in esame dalla Cgia su dati della Banca Mondiale, solo il piombo ha subito una diminuzione del prezzo dell’8,4 per cento.

L’escalation dal 2020

Il paradosso è stato che in epoca di restrizioni Covid 19 tra chiusure e produzioni fortemente rallentate, i prezzi delle materie prime si erano scesi. Poi la svolta che la Cgia indica nel maggio 2020, quando è iniziata quasi in sordina l’escalation che si è protratta nei mesi successivi, fino a diventare galoppante sulla spinta della ripresa economica mondiale. “Questo trend, infine, si è interrotto, significativamente, solo ad aprile 2022 per i metalli e a settembre 2022 per l’energia”. Sempre seguendo la dinamica dei prezzi, si è giunti al mese di ottobre scorso dove il prezzo dei metalli risulta di poco inferiore rispetto al dato medio del lontano 2010. Al contrario “nonostante il sensibile calo degli ultimi mesi i prezzi dell’energia rimangono invece su livelli molto alti. Ad ottobre 2022 erano doppi rispetto allo stesso periodo del 2019”.

La catena mondiale dei trasporti

Altro effetto negativo che oggi pesa sui conti del Pnrr, è il sistema di globalizzazioni della produzione dei componenti.
“Ad aver sicuramente spinto all’insù i prezzi delle materie prime ha concorso anche il costo dei noli marittimi dei container”, annota la Cgia, “che sebbene nell’ultimo anno abbia subito una contrazione media del 68 per cento, rispetto all’avvento della pandemia è cresciuto del 170 per cento”.
Va ricordato che il 90 per cento circa del trasporto internazionale di merci viaggia per mare e un ruolo determinante nel trasporto container è tenuto dai paesi dell’estremo oriente. “La Cina, ad esempio”, fa presente l’Ufficio studi della Cgia, “con 14 porti nella top 20 generale controlla oltre il 54 per cento della quota di mercato mondiali”.

Costi, ricadute sulle buste paga

Un ulteriore problema degli extra costi che hanno innescato una inflazione che riduce le capacità di spesa in particolare dei lavoratori e delle famiglie mono reddito. La società mestrina propone la riduzione del cuneo fiscale sul lavoro, anche per questo motivo. “Tagliare il cuneo fiscale per non far pagare il conto ai dipendenti”, propone la Cgia, “L’incremento dei prezzi delle materie prime ha provocato il conseguente aumento dell’inflazione che nel nostro Paese ormai viaggia su doppia cifra. Questa situazione, ovviamente, colpisce tutti; in particolar modo i contribuenti a reddito fisso che subiscono una forte perdita di potere d’acquisto”.

Evitare la crisi dei consumi

Con “meno” soldi in tasca, evidentemente anche la domanda interna è destinata a ridursi. “Gli ultimi dati previsionali presentati dalla Commissione europea”, spiega l’Ufficio studi, “ci dicono che nel 2023 i consumi delle famiglie italiane sono destinati ad aumentare di un impercettibile 0,1 per cento che, indirettamente, penalizzerà anche le imprese e i lavoratori autonomi. Se buona parte dei consumatori non acquista è del tutto superfluo anche produrre”.

Uscire dal circolo vizioso

Dal Piano nazionale di Ripresa alle aspettative dei sindacati e Associazioni di categoria e del commercio, il tutto ruota sulla possibilità di ridurre il peso degli extra costi e dell’inflazione sulle famiglie e le imprese. “Pertanto, per uscire da questo circolo vizioso”, conclude e insiste la Cgia, “non c’è che una strada da percorrere: quella della riduzione del cuneo che consenta alle busta paga di diventare più pesanti”.

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