mercoledì, 7 Dicembre, 2022
Esteri

La rivoluzione non violenta contro la “strage dei fiori” in Iran

Sei parole, sei colpi di fucile in risposta. In mezzo un colpo di forbice sui capelli, a tranciare una sottomissione divenuta inaccettabile. Così è morta, colpita in pieno viso e al cuore dalla polizia iraniana una delle moltissime donne, manifestanti, che si sono messe con i loro corpi davanti alle forze di regime, per gridare la disperazione e la ribellione contro un potere che viola ogni diritto umano, percuotendo fino alla morte una giovane di ventidue anni, perché il suo capo non era adeguatamente coperto, come la sua aberrante legge vuole.

Inizialmente si pensava che la vittima fosse Hadith Najafi, la bionda ragazza simbolo dei cortei di protesta, invece Hadith è riuscita a comunicare di essere ancora viva e di non essere lei la ragazza trivellata dal pugno di ferro del regime. È un’altra giovane iraniana, una dei tanti morti di questa strage di regime teocratico, che teocratico non è neppure più, perché nessun Dio avalla  la macellazione dei propri figli. Fin’ora per la ong Iran Human Rights, che ha sede a Oslo i morti ufficiali sono 54, ma sono molti di più, senza risparmio di bambini, comunica chi dall’Iran riesce a comunicare attraverso i canali satellitari, poiché la repressione ha dispiegato tutti i suoi mezzi, incluso il blocco delle linee internet

Oltre settecento sono gli arresti, mentre sono 1.200 le persone identificate, come riporta l’agenzia semi-ufficiale Tasmin. Il regime non vuole che il mondo veda il sangue versato, come testimonia il fermo di almeno 17 giornalisti, denunciato  dal Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj). Abbiamo inoltre notizia che le stesse ambulanze, che dovrebbero raccogliere e soccorrere i feriti per trasportarli in ospedale, in realtà vengono usate dalla polizia per rastrellare protestanti da portare in caserma: un viaggio dell’orrore che è iniziato con la morte di Mahsa Amini, la ragazza curda di 22 anni, arrestata dalla polizia morale, per non aver ben indossato il velo, e arrivata cadavere in ospedale, dove la polizia ha preteso l’intubazione della ragazza per dissimulare la propria responsabilità.

Così l’indignazione delle donne e degli uomini, ancora degni di tale nome, in Iran ha preso il sopravvento, le proteste hanno incendiato le piazze fino a diventare, come dice un nostro intervistato iraniano, di cui non riveliamo il nome per ragioni di sicurezza: “una rivoluzione. Questo sta accadendo in Iran. Le donne e gli uomini, i giovani (che hanno già saggiato la violenza del regime nelle precedenti rivolte studentesche, in cui i ragazzi venivano catturati e gettati dalla finestra delle caserme) non sono più disposti a vivere dentro una violenza che attraversa ogni aspetto dell’esistenza, in particolare per le donne. I ragazzi e le ragazze stanno agendo in modo esemplare, in una gara di protezione a vicenda.

Lo slogan che gli uomini urlano a favore delle donne è “donna, vita, libertà”, quello che le donne urlano a favore dei loro uomini è “uomo, patria, civiltà”, mentre il regime, sempre più violento e cieco, risponde con le armi. Speriamo che l’Europa si svegli e non appoggi mai più queste mostruosità che sono contro ogni civiltà.

Siamo ad un punto di non ritorno, la gente preferisce morire piuttosto che scendere a patti con questo tipo di potere.” E mentre il capo del potere giudiziario iraniano ha ribadito “l’urgenza di una risposta che sia decisa e senza indulgenza” contro gli istigatori di quelli che lui chiama “disordini”, noi intendiamo accendere ancora una luce sull’oscurità con i versi, che oggi più che mai suonano come una preghiera disperata, di Forugh Farrokhzad, la più grande poetessa persiana del novecento, morta violentemente.

Saluterò di nuovo il sole/e il torrente che mi scorreva in petto/e saluterò le nuvole dei miei lunghi pensieri/e la crescita dolorosa dei pioppi in giardino/che con me hanno percorso le secche stagioni./Saluterò mia madre, che viveva in uno specchio/e aveva il volto della mia vecchiaia. Arrivo, arrivo, arrivo/con i miei capelli, l’odore che è sotto la terra/e i miei occhi, l’esperienza densa del buio/I profeti del nostro tempo/Hanno forse portato le scritture della rovina?/Queste esplosioni continue/e le nuvole sporche/sono forse l’annuncio di un canto sacro?Tu, amico, tu, fratello, tu che hai il mio stesso sangue/Quando arriverai sulla luna/Scrivi la storia della strage dei fiori.”

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