giovedì, 9 Dicembre, 2021
Il Cittadino

Sudditanza fiscale

La “manovra” 2019 è approvata, dice il premier, Prof. Giuseppe Conte, ammonendo: «e che nessuno dica che questo è il governo delle tasse».

Non lo dico, lasciando agli analisti economici e politici il giudizio.

Ma annoto – non ne posso fare a meno – che i provvedimenti presi dal Governo rafforzano lo squilibrio a danno dei cittadini italiani e determinano un ulteriore peggioramento dei rapporti col fisco.

In realtà, oggettivamente, il momento in cui un italiano avverte di più il suo stato di sudditanza, dove la mancanza del rispetto dovuto al cittadino si manifesta in maniera più evidente, dove appare chiara la inesistenza di diritti di pari dignità rispetto allo Stato, si riscontra nei luoghi dove l’Erario svolge la sua attività e nel rapporto con questo.

Non ci riferiamo alla competenza e alla cortesia, in generale (c’è sempre l’eccezione…), dei funzionari erariali che è fuor di discussione e che ci è capitato di constatare personalmente.

Ma è tutto un sistema normativo, regolamentare, di presunzioni legali, di sgarbata procedura di accoglienza nei luoghi di ricevimento, di difficoltà burocratiche per qualsiasi attività, finanche rendendo difficile e complesso il pagamento, che determinano una soggezione assoluta.

Innanzitutto con la denominazione con cui l’erario si rivolge al suo interlocutore: questi non è più “cittadino” – ciò che implica una sua dignità, l’esistenza di suoi diritti – ma viene subito classificato nella sottocategoria di “contribuente”. Un soggetto, quindi, che ha perso ogni suo connotato di “persona” e che è solo tenuto a “contribuire”.

Il contribuente, poi, che avesse bisogno di interloquire con un funzionario del fisco, si deve sottomettere ad una trafila quasi umiliante.

Riferisco l’esperienza personale di qualche giorno fa, volendo chiarire cartelle esattoriali relative a multe stradali.

Già esistenza di una fila all’esterno dell’agenzia, per determinare tra decine di astanti l’ordine di accesso. Fila autoregolata, con i contribuenti più “sgamati” che attribuiscono un numeretto, stabilendo l’ordine di ingresso.

Entri e pensi di avercela fatta. Invece no! Ti devi mettere in fila fisicamente all’interno – coda lunghissima che non vedi dall’esterno, altrimenti rinunceresti a priori – solamente per acquisire il diritto di consegnare la preziosa tessera sanitaria (guai a non averla con sé) ad un commesso (presumo) che, previa domanda su quello che devi chiedere, la infila nel l’unico totem.

Mi chiedo l’utilità di tale intermediazione, ma è una domanda pleonastica: nei rapporti col fisco serve un intermediario finanche per stabilire lo sportello giusto.

Finalmente, a questo punto, comincia l’attesa codificata e rilevata: la quasi ora precedente l’immissione della tessera sanitaria nel totem non verrà mai riconosciuta e analizzata nelle statistiche sui tempi di attesa.

Allo sportello la prima sorpresa: fai una delle cento domande che hai; ottieni risposta e vieni licenziato: vietato porre un secondo quesito, non si possono fare attendere i contribuenti perché uno di loro ha più di un guaio. Occorre ricominciare la trafila, esclusa solamente la fila esterna: non si viene costretti ad uscire dai locali.

Non parliamo poi dei pagamenti.

Pagare lo Stato è difficilissimo. Servono moduli complicati da compilare e sono esclusi i metodi oggi più comuni e incentivati addirittura dalla “manovra”, ma limitatamente ai rapporti tra privati.

Nessuna carta di credito o di debito, nessun Pos, nessuna possibilità di un bonifico. Chiedere di pagare col telefonino sembra quasi un’offesa. Lo Stato accetta i nostri soldi solo previa compilazione di astrusi modelli, individuazione di codici ignoti ai più, e versamenti provenienti rigorosamente dopo essersi sottomessi ad altre file (che forse hanno intento insieme punitivo ed educativo, come le pene).

Mi domando se non deriverebbero risultati migliori addirittura nella lotta all’evasione fiscale (principio sacrosanto, sia pure in relazione a imposte che per la loro esosità sono quasi estorsive: e questa è una verità altrettanto sacrosanta), se l’Erario anziché rivolgersi con arroganza al, necessariamente presunto furbo, “contribuente”, dialogasse con equità e rispetto col “cittadino”, divenisse, come si dice oggi, più friendly, senza basare la sua azione sulla disparità dei diritti e la soggezione sostanziale imposta al cittadino-contribuente.

Ciò che non significa, badate, essere meno attenti e meno severi.

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