lunedì, 8 Agosto, 2022
Attualità

Putin e la cattiva matematica militare di Mosca

La Russia è oramai in stallo. Dopo mesi di guerra, la campagna russa in Ucraina sembra essersi irrimediabilmente impantanata. La situazione attuale ha spiazzato la maggior parte degli analisti e degli esperti di strategia militare che avevano ipotizzato una “guerra lampo”, caratterizzata dal predomino del campo di battaglia da parte della Russia. Solo alcuni avevano previsto sin dall’inizio che le cose sarebbero andate diversamente.

Nonostante l’affermazione della Russia secondo cui la sua “operazione militare speciale” sta procedendo secondo i piani, i segnali di un grave errore di calcolo militare sono oramai sempre più evidenti. Si stima che dall’inizio della guerra siano stati uccisi oltre ventisettemila soldati russi e le fabbriche russe stanno cercando di sostituire gli oltre 1200 tra carri armati e veicoli blindati che sono stati distrutti. Mentre le maltrattate forze russe si raggruppano nel Donbass, risulta evidente che il più grande esercito convenzionale d’Europa sia rimasto coinvolto in una feroce guerra di logoramento contro un avversario solo apparentemente inferiore.

Alcuni attribuiscono questo clamoroso insuccesso in Ucraina alla megalomania di Vladimir Putin, altri alla scarsa pianificazione dell’alto comando militare russo. Sembra oramai evidente che un peso notevole sulle scarse prestazioni dei sistemi d’arma russo lo abbia avuto la corruzione endemica nel settore militare di Mosca. Naturalmente, l’eroica resistenza del popolo ucraino ha fatto la sua parte, ma una ulteriore spiegazione potrebbe celarsi dietro questo clamoroso fallimento. La campagna di aggressione russa in Ucraina è stata basata su quella che viene comunemente definita “la teoria della vittoria” che si focalizza sulla capacità di rompere la volontà del nemico, anziché valutare l’effettiva capacità delle proprie forze di sopraffare sul campo le forze del nemico. Questa realtà si sta manifestando in tutta la sua evidenza in Ucraina.

A proposito dell’esercizio della forza in guerra, Clausewitz scrisse: “Se vuoi vincere il tuo nemico devi confrontare il tuo sforzo con il suo potere di resistenza, che può essere espresso come il prodotto di due fattori inseparabili, vale a dire: i mezzi totali a sua disposizione e la sua forza di volontà”. Nella sua analisi, J. Boone Bartholomees Jr.[2]esprime questo concetto attraverso una vera e propria formula matematica:

r =  m  x  w

in cui:

r = rappresenta il potere della resistenza,

m = il totale dei mezzi disponibili

w = la forza della volontà.

In questa formulazione, la vittoria è raggiunta quando r tende a zero, per riduzione di m o w. Poiché la volontà umana è variabile ed incorporea, la misura dei mezzi materiali deve avere il maggior peso nella stima della resistenza nemica e nella formulazione della strategia militare. Non si può mai essere sicuri delle intenzioni dell’avversario, ma si può essere sicuri del potere distruttivo dei missili anticarro Javelin.

I mezzi materiali e la volontà sono inseparabili in guerra e la complessa interazione tra i due elementi presenta innumerevoli variabili per uno stratega. Napoleone Bonaparte, ad esempio, osservava che in guerra il “morale vale tre volte il fisico”. La prudenza impone, quindi, di tenere in considerazione un fattore estremamente importante. Le “teorie della vittoria” possano alterare il peso dato alla volontà rispetto a quello dato ai mezzi. Tolstoj ha osservato in Guerra e Pace che “La forza relativa delle truppe non può essere conosciuta da nessuno”. In effetti, durante il conflitto un battaglione nemico potrebbe combattere con la forza di un battaglione o di una divisione a seconda della sua predisposizione, equipaggiamento e motivazione. Questo vuol dire che sarebbe saggio considerare la possibilità, soprattutto quando le truppe combattono per difendere il proprio Paese, che si debba tener conto di entrambi i fattori. Troppo spesso in guerra, i pianificatori ripongono la loro speranza di vittoria sul “crollo della volontà”, sempre volubile, del nemico.

La storia si ripete quando non viene tenuta nella giusta considerazione

Nel volume “Operazione Barbarossa”[3], lo storico britannico Alan Clark descrive la valutazione di Adolf Hitler del potenziale di combattimento russo alla vigilia della campagna di Russia. Il dittatore tedesco credeva che la macchina militare sovietica fosse così devastata da comunismo, insicurezza, sospetto e informatori e così demoralizzata dalle epurazioni staliniane da non poter funzionare correttamente. “Devi solo sfondare la porta – disse Karl Rudolf Gerd von Rundstedt[4] – e l’intera struttura marcia crollerà”. Nella mente di Hitler, l’Unione Sovietica era un castello di carte che sarebbe imploso sotto il peso dell’assalto. Stime dell’intelligence tedesca della forza militare russa erano sinistramente vaghe nel periodo precedente l’invasione, ma questo non dissuase Hitler. La potenza economica e militare dell’Unione Sovietica era irrilevante. Nella visione di Hitler la lotta incombente avrebbe dovuto essere un trionfo, ma a sei mesi dall’inizio della campagna, “l’intera struttura marcia” era rimasta stabile. Nonostante lo shock e la furia dell’attacco tedesco, il malconcio esercito sovietico rimase sul campo, fortemente motivato dall’eroica volontà di difendere la propria madrepatria. Foreste e paludi pullulavano di guerriglie, ostacolando il movimento dei rifornimenti nazisti ed interferendo con le linee di comunicazione troppo lunghe. Sotto una neve devastante, l’avanzata tedesca si fermò alle porte della capitale russa e condannò Hitler alla sua caduta.

Più di un secolo prima che i panzer tedeschi attraversassero la frontiera russa, un altro invasore tentò di conquistare la Russia. Nonostante il suo genio tattico e operativo, anche Napoleone rimase vittima di errori di calcolo strategico. Questi errori affondavano le proprie radici sul senso di superiorità da cui era affetto l’imperatore francese, che sebbene non fosse del tutto immeritato, offuscò il suo giudizio in un momento cruciale per il suo governo in Francia e lo condusse a uno dei più grandi errori nella storia militare. Alla vigilia della sua fatidica invasione della Russia, lo zar Alessandro I avvertì con enfasi Napoleone che se avesse scelto la guerra, “egli [Napoleone] dovrebbe andare fino ai confini della terra per trovare la pace”. L’imperatore francese rimase impassibile e scelse di sfidare lo Zar, inviando la sua Grande Armée attraverso il fiume Niemen[5].

Napoleone aveva poche illusioni sulla vastità della Russia, sul suo clima proibitivo o sulla numerosità della sua popolazione, ma scommise che avrebbe potuto costringere lo Zar a patti prima che questi elementi divenissero determinanti per lo scontro in campo. Man mano che avanzava in profondità, attraverso la sconfinata distesa della Russia europea, Napoleone si aggrappava sempre più tenacemente a questa speranza. In piena estate, disse con sicurezza – rivolgendosi ad un suo aiutante – che lo Zar avrebbe chiesto la pace entro due mesi. A posteriori, la sua esaltazione si basava su un groviglio di errori ed illusioni sulla valutazione del coraggio del proprio avversario, piuttosto che su una sobria stima dei mezzi che lo Zar avrebbe potuto mobilitare per resistere all’invasione francese.

Vladimir Putin non è Hitler o Napoleone, ma ci sono sorprendenti analogie tra l’errata “teoria della vittoria” che ha posto alla base della sua aggressione dell’Ucraina e le fallite invasioni della Russia tentate dagli altri due. Putin era convinto che l’intera struttura dello Stato ucraino sarebbe crollata sotto il peso dell’attacco russo. Ha sfruttato una teoria della vittoria che aveva lo scopo di ovviare alla necessità di prevedere la completa sconfitta dell’esercito ucraino sul campo. Si aspettava che le sue forze avrebbero attraversato il confine con forza e fatto crollare rapidamente l’“impopolare” governo di Kiev, consentendo a una Russia in rinascita di disarmare, smembrare e dominare in modo decisivo il suo ribelle vicino occidentale.

Lo stallo nel Donbass rende evidente la superficialità dei piani prebellici di Putin. Senza dubbio, sono state sottovalutate le consistenti scorte di armi e munizioni che l’Ucraina ha immagazzinato dopo l’occupazione della Crimea e sono state sottostimate sia la difficoltà del terreno sia la complessità delle esigenze logistiche, ma l’esercito russo non riuscirà a vincere questa guerra perché non aveva pianificato di combattere una guerra generale contro un nemico determinato e resiliente. Ecco perché, nella fase di apertura della guerra, non ha mobilitato la potenza di fuoco necessarie per sopraffare le forze ucraine. I vertici militari, inoltre, hanno tenuto all’oscuro le decine di migliaia di soldati coinvolti sullo svolgimento dell’operazione, gettando le premesse per una profonda demoralizzazione del personale quando hanno cominciato a registrare le prime cocenti sconfitte in combattimento. I pianificatori russi hanno scelto uno schema operativo di manovra inutilmente complesso e non sono riusciti ad accumulare scorte e munizioni necessarie per sostenere il proprio attacco. Non è possibile affermare che qualsiasi combattente possa combattere una campagna militare impeccabile, ma è possibile asserire che un peso significativo sui fallimenti registrati dai russi sul campo di battaglia sia da attribuirsi alla errata “teoria della vittoria” su cui le operazioni sono state basate.

Attualità e prospettive del conflitto russo-ucraino

La Russia è sostanzialmente destinata a perdere in Ucraina. In effetti, le forze russe potrebbero ancora conseguire dei risultati significativi nell’Ucraina orientale. Putin avrebbe potuto – lo scorso 9 maggio – salire sul podio nella Piazza Rossa e dichiarare una mobilitazione di massa del popolo russo. Ciò non è avvenuto. Difficile prevedere, in questa fase, se potrà farlo in futuro. Nella improbabile ipotesi che il peso numerico dei russi dovesse mai far pendere il piatto della bilancia a suo favore, i frutti di una simile “vittoria” sarebbero senza dubbio avvelenati. L’obiettivo strategico dichiarato dell’operazione speciale militare, ossia il disarmo dell’Ucraina, non sembra essere più raggiungibile. Questo perché il presupposto centrale della campagna russa – che la volontà ucraina sarebbe crollata – era frutto di un’illusione e non di elementi fattuali.

Piuttosto che accettare che un obiettivo politico possa essere irraggiungibile, i leader orgogliosi spesso si impantanano in un piano illusorio, ignorando tutti i segnali che vengono dal campo di battaglia e fissandosi su una formulazione che alimenta il sogno di poter realizzare gli obiettivi desiderati, anche contro ogni evidenza. Non importa come si svilupperà la campagna russa da qui in avanti, l’“operazione speciale” si è trasformata in un pasticcio costoso. Le forze russe sono in stallo, le loro perdite stanno aumentando ed anche, sotto il profilo economico, la situazione si sta complicando terribilmente per la Russia.

La Russia potrebbe anche resistere alla tempesta di sanzioni, ma mentre la guerra si trascina, la crisi economica diventerà sempre più profonda e la pressione sul regime di Putin assumerà un peso sempre maggiore. A questo punto, un accordo negoziale sembrerebbe essere l’unica opzione di senso compiuto, ma i governanti autoritari come Putin, feriti nel proprio orgoglio, tendono a raddoppiare la posta in gioco quando affrontano il fallimento. La speranza che Putin, allo scopo di ridurre le proprie perdite, possa dare l’ordine alle forze armate russe di ritirarsi sembra completamente distaccato dalla realtà della crisi esistenziale che sta affrontando in questo momento la leadership russa.

Chissà se arriverà presto il giorno in cui una rinnovata leadership russa darà un peso diverso alle parole di Winston Churchill: “Mai, mai, mai credere che una guerra sarà facile o che chiunque si imbarchi in uno strano viaggio possa misurare le maree e gli uragani che incontrerà. Lo statista che cede alla febbre della guerra deve rendersi conto che una volta dato il segnale, non è più il padrone della politica, ma lo schiavo di eventi imprevedibili e incontrollabili”.

I leader politici dei Paesi che sostengono l’Ucraina contro l’aggressione di Putin sono euforici nel vedere la decantata macchina da guerra russa affondare fino all’asse nel fango ucraino. Il loro schadenfreude[6] però dovrebbe accompagnarsi con la consapevolezza che è quanto mai necessario verificare la correttezza dei propri calcoli militari per ottimizzare l’attuale dispositivo di Difesa ed evitare di dover affrontare in futuro situazioni analoghe, dovute al medesimo errore di calcolo.

* Docente universitario di “Diritto Internazionale e normative sulla sicurezza (IUS/13)”
nell’ambito del Master universitario di Secondo Livello in Scienze Informative per la Sicurezza
presso l’Università degli Studi eCampus di Novedrate (CO)

[2]     J. B. BARTHOLOMEES, “Theory of Victory”, Parameters, Summer 2008, pp. 25-36.

[3]     A. CLARK, Operazione Barbarossa. Il conflitto russo-tedesco 1941-1945, Milano, Garzanti, 1966.

[4]     Karl Rudolf Gerd von Rundstedt è stato un generale tedesco della Wehrmacht durante la Seconda guerra mondiale.

[5]     Il 24 giugno 1812 Napoleone attraversò il fiume Niemen ed entrò in territorio russo con un esercito formato da ufficiali di varie nazionalità e circa 400.000 uomini. Il 28 giugno l’esercito francese entrò a Vil’na. La Grande Armée occupò il 9 luglio la città di Mogilev. Il 18 agosto l’esercito francese entrò a Smolensk, nel cuore della Russia. La vittoria di Borodino del 5 settembre 1812, che doveva preparare la conquista di Mosca si rivelò, nonostante la vittoria francese, il primo fallimento della campagna. Ci furono migliaia di vittime e quando i francesi entrarono a Mosca trovarono una città incendiata e deserta. La ferma opposizione dell’esercito russo comandato da Michail Kulikov, per non spianare la strada ai francesi verso Mosca, fece iniziare la seconda fase della campagna con le truppe demoralizzate e non più convinte di riuscire a conquistare con facilità l’impervio territorio russo.

[6]     Schadenfreude è un termine tedesco che significa “piacere provocato dalla sfortuna (altrui)” e può essere tradotto con “gioia maligna”, “soddisfazione cinica”.

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