venerdì, 6 Dicembre, 2019
Il Cittadino

Meglio il piede che la scarpa

La vicenda Ilva di Taranto – al di là della sua drammaticità, coinvolgendo la vita di più di ventimila famiglie – offre lo spunto per una amara riflessione sulla situazione della nostra legislazione.

Muoviamo dalla norma di legge che introduceva il così detto “scudo fiscale”, la cui soppressione ha mosso l’azione di Arcelor Mittal.

Nessun organo di informazione ha riportato la norma (si tratta dell’art. 2 del decreto legge n. 1/2015), che offriva ben più di uno “scudo penale” agli allora “commissari” governativi di Ilva, coprendo gli stessi anche delle attività amministrative.

La disposizione addirittura attribuiva il potere di costituire variante ai piani urbanistici e stabilendo che da quelle attività non potesse discendere, in capo ai Commissari (e a soggetti da questi traevano legittimazione) alcuna “responsabilità penale o amministrativa”.

Non vogliamo qui affrontare la questione Ilva, ma solamente annotare le difficoltà che derivano a chiunque debba districarsi nella selva delle contraddittorie, contorti e non chiare leggi italiane.

È un fatto che il governo italiano abbia sentito la necessità, ben prima che Arcelor Mittal comparisse all’orizzonte, di dotare di uno “scudo penale” i commissari dallo stesso nominati per gestire il disastro Ilva: anzi, di attribuire agli stessi (e, a cascata, all’acquirente Arcelor Mittal) innanzitutto pieni poteri e, in conseguenza, una irresponsabilità penale.

Ora – scrivo nel pieno della crisi e senza che l’incontro tra le parti abbia sortito alcun esito – che la eliminazione dello scudo penale costituisca un pretesto o la ragione reale del tentativo di disimpegno di Arcelor Mittal, rimane la consapevolezza, la coscienza dello Stato di non potere governare la situazione nel rispetto delle leggi.

Fino all’assurdo, per l’appunto, di dovere dichiarare che una attività industriale, che non potrebbe essere svolta perché contraria alle

norme vigenti, divenga legale perché per legge quel reato non è più considerato tale.

Sarebbe come abrogare la mafia per legge.

Sarebbe semplicissimo, basterebbe una legge di un solo articolo e di neanche un rigo: articolo unico: «La mafia è abolita dal momento dell’entrata in vigore della presente legge».

Così che il tema della discussione è falsamente definito nella ricerca se il Governo sia stato contrattualmente inadempiente a revocare lo “scudo fiscale” o se quel fatto sia stato solamente un pretesto perché Arcelor Mittal recedesse a causa della crisi mondiale dell’acciaio e della non convenienza attuale della produzione.

Il problema vero è se, per ragioni economiche, debba essere consentita la prosecuzione di un’attività che in base alle norme che ci siamo dati risulterebbe vietata e certificata dannosa per la salute.

Perché  se così è c’è ben poco da dire. Nessuna legge e nessuno scudo potrebbe essere ammissibile.

Altro è dire che la procedura di bonifica, senza interrompere la produzione, impone un periodo di sacrificio e regolare lo stesso in maniera chiara e certa, garantendo nel contempo la salute dei lavoratori e di cittadini tarantini.

Si sarebbe trattato di stabilire, se possibile, una procedura non disastrosa per la salute e regolare con chiarezza i limiti della stessa.

Chiarezza e certezza che manca al nostro legislatore.

Che, perdonatemi la franchezza, sembra comportarsi come i severi e poveri contadini delle mie colline pre-aspromontane che preferivano che i figli si ferissero al piede, piuttosto che sgraffiarsi le preziose scarpe: meglio il piede, che la scarpa, megghiu lu pedi, ca la scarpa.

Solo che quelli avevano il coraggio di dirlo e non si nascondevano dietro ipocrisie e demagogismi.

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