sabato, 25 Giugno, 2022
Il silenzio delle parole

Ethos Pathos Logos

Aristotele può essere considerato il primo grande scienziato della comunicazione nella storia dell’umanità, grazie al suo lavoro sulla retorica, sulla capacità di centratura delle variabili che rendono il messaggio comunicativo potente, persuasivo ed efficace. Esse sono: ethos, pathos e logos. Sono tornato nell’arco della mia vita continuamente a riflettere sul tema per almeno quattro ordini di ragioni:

filosofiche, in quanto la vita è strutturalmente linguaggio, ed è nota la mia passione per la centralità del linguaggio nella formazione del pensiero e della vita sociale e politica;

professionali, prima l’avvocatura e poi la scrittura, dove senza linguaggio è difficile vincere una causa, come d’altronde è improbabile portare a compimento la scrittura di un libro;

politiche, il mio impegno intellettuale e civile, più che militante, mi ha sempre visto impegnato a studiare la natura dei fenomeni sociali, come leggerli, come raccontarli, come governarli;

sentimentali, nei miei libri il tema dell’amore erotico è centrale, non meno delle altre ricerche sulla vita, sulla società, sulla politica.

Passiamo quindi a commentare succintamente la natura e la sostanza dei tre elementi della retorica? Essi descrivono la personalità dell’oratore ma al tempo stesso la qualità dell’orazione. L’ethos, tradotto in termini moderni rappresenta la capacità intellettuale e morale dell’oratore, la sua reputazione ma anche la credibilità della sua specifica orazione in quanto tale; il pathos rappresenta la dimensione emotiva; infine il logos definisce la parte razionale del discorso retorico. Il pubblico, un qualsiasi pubblico, sarà più disponibile ad esprimere consenso nei confronti di una retorica capace di integrare in modo equilibrato questi aspetti, e lo sbilanciamento di uno degli elementi sugli altri costituirà un fattore di debolezza, di fragilità, addirittura d’inaffidabilità.

Riportai un successo educativo con mio figlio Ludovico, aveva appena finito di frequentare la quinta elementare, quindi soltanto due anni e mezzo fa. Lo invitai a impegnarsi a parlar bene, a comunicare usando avvedutamente gli elementi della retorica, a rendere chiaro e convincente il suo pensiero. Dopo essenziali spiegazioni inscenammo, un po’ come a teatro, la narrazione di una sua storia, fondata sulla sua esperienza e sulle sue riflessioni. Espose il suo racconto ma a metà lo interruppi e gli chiesi “Si … ma il pathos dov’è in questo racconto?”. Provammo e riprovammo e dopo tentativi e correzioni, Ludovico interpretò adeguatamente la sua parte, mi convinse, con reciproca soddisfazione e divertimento.

Qualche settimana dopo, in aereo, andavamo in Sicilia, a Palermo, toccò a me raccontargli, in forma di dettato, la presa di Balarm (denominazione araba della città di Palermo, all’epoca del dominio arabo) da parte dei Normanni nel 1072. Il testo del dettato risultò perfetto, non un solo errore, avevo probabilmente conquistato Ludovico alla bontà e al fascino di una discreta retorica: una giusta dose di ethos, di cui ero già in qualche modo detentore nei suoi confronti non foss’altro per la mia veste di papà, di pathos, il racconto era sicuramente emozionante, di logos, centrato sulla storia millenaria della città che stavamo andando a visitare.

Chiudo con questa considerazione: la retorica non è soltanto quell’arte che si celebra nelle sedi rituali: l’avvocato che arringa nella sede di un tribunale durante un processo; o l’attore che si esibisce in un teatro durante l’opera; o il politico che celebra un intervento decisivo in un’aula deliberativa. La retorica è soprattutto la capacità dell’essere umano di entrare in contatto con il suo simile, la sua capacità di realizzare relazioni educate, costruttive, civiche, convincenti. Usare un buon uso della parola con i propri congiunti in ambito familiare costituisce un linguaggio capace di produrre relazioni forti e serene, e lo stesso avviene in ogni formazione sociale. Costruire un buon linguaggio ci porta assai vicini al compimento di un’opera, piccola o grande che sia, il buon linguaggio è la materia prima del vivere civile, la sua struttura materiale fondamentale.

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