lunedì, 6 Dicembre, 2021
Cultura

Due letture per il weekend

Qualche ora più in là dal discorso di Trump alla Nazioni Unite, a voler scattare una foto di questo momento storico non c’è miglior contrasto tra l’orgogliosa rivendicazione dei muri sovranisti da parte del Presidente americano e le motivazioni dietro l’assegnazione degli ultimi due premi Nobel per la Letteratura a due narratori europei che guardano invece all’attraversamento dei confini e all’esplorazione delle periferie dell’esperienza umana.

Un contrasto che potrebbe essere facilmente esteso alla chiusura a strappo delle politiche americane degli ultimi anni e ai tentativi di creare una società aperta da parte dell’Unione Europea a cui, coincidenza vuole, il Regno Unito ha deciso di metterci un punto. Fine della storia.

Il fatto, come spiega al Guardian Fiammetta Rocco, corrispondente culturale dell’Economist, è che i due vanno letti insieme, come fossero una coppia. Nonostante due stili di scrittura molto diversi, entrambi mantengono la medesima tensione al racconto di terre massacrate da conflitti, al posto della memoria e più in generale al bisogno di storie da parte dell’essere umano.

I due premi Nobel in questione sono stati assegnati, per il 2019, allo scrittore austriaco di origini slovene Peter Hanke, già vincitore nel 2009 del premio Franz Kafka e nel 2014 dell’International Ibsen Award e, per il 2018, all’autrice polacca Olga Tokarczuk. Nel 2018 infatti il premio fu sospeso per uno scandalo a base di molestie sessuali nell’Accademia di Svezia.

Hanke, famoso in Italia per I Calabroni e finito sotto accusa nel passato per aver tenuto un discorso al funerale di Slobodan Milošević, ha anche collaborato con il regista Wim Wenders con cui ha scritto la sceneggiatura di uno dei film più visti di sempre, Il cielo sopra Berlino (1987).

Del film, celebri i versi sull’Elogio dell’infanzia: “Quando il bambino era bambino, / camminava con le braccia ciondoloni, / voleva che il ruscello fosse un fiume, / il fiume un torrente, / e questa pozzanghera il mare.  / Quando il bambino era bambino, / non sapeva di essere un bambino, / per lui tutto aveva un’anima, / e tutte le anime erano un tutt’uno. / Quando il bambino era bambino, / non aveva opinioni su nulla, / non aveva abitudini, / sedeva spesso con le gambe incrociate, / e di colpo si metteva a correre, / aveva un vortice tra i capelli / e non faceva facce da fotografo. (…) Quando il bambino era bambino, / una volta si svegliò in un letto sconosciuto, / e adesso questo gli succede sempre. / Molte persone gli sembravano belle, / e adesso questo gli succede solo in qualche raro caso di fortuna. / Si immaginava chiaramente il Paradiso, / e adesso riesce appena a sospettarlo, / non riusciva a immaginarsi il nulla, / e oggi trema alla sua idea.”

Critica delle politiche polacche di estrema destra (ancora la dicotomia chiuso-aperto), Olga Tokarczuk è un’intellettuale femminista e vegetariana campione di incassi con i suoi libri in una Polonia sempre più reazionaria e patriarcale. Intervistata dalla televisione polacca, ha dichiarato di vedere nel romanzo un modo di superare i confini, siano essi fisici, culturali o linguistici.

In Italia é diventata celebre con I vagabondi, edito da Bompiani. Nel libro la scrittrice confessa che da bambina avrebbe voluto essere una barca su un fiume, perché il cambiamento è più nobile della stabilità. Scrive: “Quella sera ho scoperto per caso il limite del mondo, giocando, senza volerlo. E l’ho scoperto perché per un attimo mi hanno lasciato sola, incustodita. Naturalmente mi sono ritrovata in trappola, bloccata. Sono una bambina, sto seduta sul davanzale e guardo il cortile freddo.”

Peter and Olga, due bambini che sognavano il fiume in cui adulti avrebbero poi nuotato controcorrente.

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