mercoledì, 16 Ottobre 2019
Editoriale Politica

Vittoria Leone, l’incanto di una First Lady

“Moro era molto legato a mio marito, era stato suo assistente di diritto penale all’università di Bari. Il destino li volle entrambi candidati della Dc al Quirinale: votarono i gruppi parlamentari; Giovanni vinse per otto voti, e Aldo fu leale, non armò i soliti franchi tiratori”.

È un brano della bella, – direi straordinaria per i racconti e testimonianze -, intervista di Aldo Cazzullo, per il Corriete della Sera, a Vittoria Michitto, vedova del presidente della Repubblica Giovanni Leone. Donna di straordinaria bellezza, First Lady di eleganza personale e istituzionale. Il suo racconto è una grande, partecipata e affettuosa testimonianza di una epoca in cui la politica, le istituzioni, i cittadini e l’economia erano animate dal desiderio di crescita, con l’Italia protagonista in molti campi: da quello industriale alle conquiste sociali.

Lo stesso rapporto tra Giovanni Leone – presidente della Repubblica – dal 29 dicembre 1971 al 15 giugno
1978 – e l’ex presidente Aldo Moro, come viene descritto era fondato sulla fiducia personale, e questa affermazione: “non armò i soliti franchi tiratori”, spiega bene di che qualità era fatta quella classe di governo Democristiana, quella visione di politica moderata, attenta alle ragioni della crescita ma anche del corpo sociale, che ha governato una Nazione che raggiunse primati di sviluppo mai raggiunti prima e, aggiungerei, anche dopo.

Il racconto di Donna Vittoria è eccezionale per lucidità, le sue parole dimostrano lo spessore singolare della persona, del docente universitario, dell’uomo politico Giovanni Leone. “Un carattere fuori dagli schemi”, ci racconta, “un’immensa cultura, una rara capacità di ragionare e convincere. E un grande senso dell’umorismo. Era molto curioso, di mente aperta, di una lungimiranza fuori dal comune, di un’umanità straordinaria. Non mi dette il tempo di capire quello che stava succedendo, ed eravamo già sposati”.

Anche le risposte più drammatiche dell’intervista, la parte del rapimento del presidente Aldo Moro – ripresa più volte durante il racconto al Corriere – è di singolare umanità. Una chiarezza dovuta certo al tempo trascorso ma anche perché con il passare degli anni emerge con forza che per la Dc, che in quei eventi si sono incrociati destini personali e quelli di una Nazione, vittorie e anche sconfitte che ancora oggi fanno discutere e riflettere, che appassionano per i tanti risvolti, dalle “Ragioni di Stato”, alle “Ragioni Umanitarie”. I contrasti nel partito e tra alleati di Governo, le “trattative”, il peso dei patti e delle alleanze internazionali, la solidarietà sincera dei cittadini, il confronto dialogante con le opposizioni, e ancora i tanti misteri insoluti del “rapimento”, ancora oggi al centro di Commissioni d’inchiesta.

“Mio marito è l’unico democristiano che Moro non abbia maledetto nelle sue lettere. Fece disperatamente e inutilmente di tutto per farlo liberare”, racconta con una nota di rammarico Vittoria Leone, “Ma avemmo la sensazione che fosse un destino segnato. Arrivò una lettera anonima, indirizzata a me, che segnalava il covo brigatista. La portai al ministero dell’Interno. La ignorarono. Quando la chiesi indietro, mi dissero che era sparita. E le Br lo uccisero poche ore prima che Giovanni firmasse la grazia per una terrorista malata che non aveva sparso sangue, Paola Besuschio”.

L’assassinio del presidente Aldo Moro con i suoi aspetti tragici e umani, desta inquietudine, nelle parole di Vittoria Leone, anche per il modo in cui accelerò la vita del Paese. Un colpo che segnò il corso della storia, a distanza di tanti anni lei ripercorre quella vicenda personale e politica con grande chiarezza, soffermandosi sul clima che si era imposto in Italia. Gli attacchi subiti su più fronti che segnarono la sua vita, quella del presidente Leone e delle istituzioni.

“Lo scopo”, riepiloga Vittoria Leone, “era favorire un cambio nella gestione del Paese a favore della sinistra, spostando il baricentro democristiano. Alla campagna si unirono altri soggetti interessati: la P2, già in azione ma ancora ignota ai più; politici e ministri Dc in odore di corruzione; membri del governo contrari all’apertura di mio marito per salvare Moro. Quell’immenso polverone riuscì per un po’ a distrarre l’opinione pubblica dai veri scandali, destinati comunque a esplodere.

Leone si dimise perché la Dc non lo difendeva dagli attacchi interessati del Pci. Proprio quella Dc che qualche mese prima lo aveva implorato di non dimettersi come lui avrebbe voluto, per potersi difendere meglio.

Tutto cambiò con la terribile morte di Moro”. È fu un epilogo doloroso, la una fine di una epoca, l’inizio di una nuova che di fondava di un lutto e una profonda lacerazione.
“Quella tragedia, che si poteva evitare se gli avessero lasciato firmare la grazia, spinse Dc e Pci a forzare un ricambio, una ripartenza scioccante, fornendo al Paese un capro espiatorio. Così uccisero anche Giovanni Leone, psicologicamente e umanamente”. I toni si fanno cupi e più diretti, ma c’è anche una soddisfazione personale, le scuse di Marco Pannella e del partito Radicale.

“Ne fui sorpresa. Mi ero fatta un’ idea molto diversa di Pannella. Con la Bonino fece un atto di onestà intellettuale, scusandosi per le accuse ingiuste di anni prima. Mi commossi: Giovanni lo meritava. Il Pci invece non si è mai scusato. Anche se Napolitano da presidente ebbe parole durissime contro quella campagna”. C’è tra i mille ricordi della signora Leone uno spazio inedito il ricordo di Giulio Andreotti, che smitizza molte invenzioni di un uomo ultra cinico, freddo e distaccato, il racconto di Vittoria Micchitto Leone è ammirevole per semplicità e famigliarità.

“L’ho sempre considerato un amico di famiglia. Adorava giocare a carte con me e alcuni amici comuni. Giovanni condivideva la sua apertura a Mosca e al Medio Oriente. Lo considerava un grande politico che, a dispetto di quel che si crede, alternava all’ astuzia anche momenti di ingenuità.A volte si fidava troppo degli altri”.

Ritornando alla parte del racconto legata a Giovanni Leone come uomo delle istituzioni c’è un aspetto che è particolarmente interessante, l’età anagrafica di lei come First Lady, ad avere un ruolo istituzionali di grande impegno. Siamo negli anni 60-70 quando i giovani erano il doppio dei sessantenni e quando c’era un protagonismo delle nuove generazioni che si fondava sulla crescita sociale, nello studio, nel lavoro, nelle speranza di un avvenire migliore per tutti.

“La mia vita privata ha sempre coinciso con quella pubblica di mio marito”, ricorda la signora Vittoria, “avevo 28 anni quando divenne presidente della Camera, 36 quando fece per la prima volta il presidente del Consiglio, 44 quando fu eletto capo dello Stato. Ora non ci sento così bene come prima; e mi piace pensare di essere chiamata semplicemente Vittoria dalle persone più vicine”.Infine, in questo addensarsi di ricordi, c’è questa breve locuzione Latina “Vita mutatur non tollitur”, (Vita mutata non tolta). “Sono credente, ma proprio per questo vivo incertezze che tengo per me. Nella nostra cappella di famiglia a Napoli è scolpita una frase di San Paolo: Vita mutatur, non tollitur”. Certo a distanza di tanti anni, molte cose passano, ma per fortuna non sono dimenticate, credo, che quelle idee moderate, quella visione del potere e delle istituzioni, quelle esperienze umane e politiche, hanno ancora molto da dirci e insegnarci. Bisogna dire un profondo e affettuoso grazie alla nostra First Lady, donna Vittoria.

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