giovedì, 27 Gennaio, 2022
Ambiente

Cop26, tre passi avanti e uno indietro

Dal sito ufficiale della Cop26 di Galsgow emergono gli obbiettivi che essa si proponeva: i) azzerare le emissioni nette a livello globale entro il 2050 e puntare a limitare l’aumento delle temperature a 1,5°C; ii) adattarsi per la salvaguardia delle comunità e degli habitat naturali; iii) mobilitare  finanziamenti, al fine di raggiungere i requisiti di cui sub i) e ii); iv) «collaborare» per fronteggiare  la sfida climatica.

Prima di tutto, questa edizione della COP è stata rinviata a causa della pandemia da Covid-19; la precedente edizione era rappresentata dai c.dd. Accordi di Parigi, conclusi nel 2015, in occasione dei quali tutti i Paesi accettarono di collaborare per limitare l’aumento della temperatura globale ben al di sotto dei 2 gradi, puntando a limitarlo a 1,5. Ancora, i Paesi s’impegnarono ad adattarsi agli impatti dei cambiamenti climatici e a mobilitare le risorse indispensabili, per centrare tali obiettivi. In particolare, ciascuno Stato era impegnato ad elaborare un piano nazionale, indicante la misura della riduzione delle proprie emissioni -detto «Nationally Determined Contribution» (NDC) o «contributo determinato a livello nazionale»- con l’intesa che ogni cinque anni gli Stati medesimi avrebbero presentato un piano aggiornato: impegno, questo, scaduto appunto nel 2020, e poi onorato nel 2021, con differimento dovuto alla già richiamata emergenza pandemica.

Come emerge dal documento conclusivo del COP26, in cui si dà atto di tutte le trattative negoziali intercorse, l’incontro di Glasgow si è concluso “[…] with all countries agreeing the Glasgow Climate Pact to keep 1.5C alive and finalise the outstanding elements of the Paris Agreement”.

Rispetto agli Accordi di Parigi di sei anni fa, può, dunque, dirsi che vi sia stata  una significativa evoluzione: mentre in quell’occasione l’obiettivo principale era 2 gradi, e 1 grado e mezzo – è quest’ ultima era  soluzione «ottimale»-, con Glasgow, viceversa, 1,5 gradi diventa l’obiettivo per così dire «principale», mentre i 2 gradi degradano a Piano “B” .

Tra gli altri obietti centrati  vi è anche la fissazione dell’obiettivo minimo di «decarbonizzazione» per tutti gli stati firmatari: un taglio del 45% delle emissioni di anidride carbonica al 2030 rispetto al 2010, e zero emissioni nette (c.d. Net Zero) intorno alla metà del secolo, con contestuale impegno a ridurre drasticamente anche gli altri gas serra (metano e protossido di azoto) e a presentare nuovi obiettivi di decarbonizzazione – si tratta dei già evocati NDC  – entro la fine del 2022. S’invitano altresì i Paesi ad accelerare sull’installazione di fonti energetiche rinnovabili e sulla riduzione delle centrali a carbone e dei sussidi alle fonti fossili; si riconosce l’importanza di giovani, donne e comunità indigene nella lotta alla crisi climatica, e si stabilisce come la transizione ecologica debba essere «giusta» ed «equa».

Non sono mancate, tuttavia, alcune voci critiche:  infatti, alcuni hanno, ad esempio ritenuto  che, dove la Cop26 ha più d’ogni altro mancato l’obiettivo, è sugli aiuti ai paesi meno sviluppati, aiuti necessari, per consentire a tali paesi di affrontare, in maniera efficiente, la crisi climatica. Invero, il documento invita i paesi «ricchi» a raddoppiare i loro stanziamenti, e prevede un nuovo obiettivo di finanza climatica per il 2024; sennonché, nel testo non è fissata una data per attivare il fondo da 100 miliardi di dollari all’anno in aiuti per la decarbonizzazione. Né è previsto, nel documento finale stesso, un fondo apposito per ristorare le perdite e i danni del cambiamento climatico nei paesi vulnerabili, limitandosi esso a prevedere che si avvii un mero «dialogo» per istituirlo.

Su un più generale piano «geo-politico», si segnala però il patto di collaborazione fra Usa e Cina sulla lotta al cambiamento climatico, dal momento che gli uni e l’altra accetteranno di collaborare ad i dossier che riguardano il clima: dalle energie rinnovabili alla tutela degli ecosistemi.

Infine, va rimarcata la conclusione di un accordo fra 134 paesi (compresi Brasile, Russia e Cina) per fermare la deforestazione nel 2030, con uno stanziamento pari a 19,2 miliardi di dollari, e quello per ridurre del 30% le emissioni di metano al 2030 (tuttavia senza la partecipazione di Cina, India e Russia). Venticinque Paesi – tra cui l’Italia – hanno convenuto poi di arrestare il finanziamento di centrali a carbone all’estero, e altri ventitré d’iniziare a dismettere il carbone per la produzione elettrica (un quadro complessivo delle diverse opinioni, con riferimenti all’insoddisfazione delle associazioni ambientaliste.

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