lunedì, 28 Novembre, 2022
Il Cittadino

La via legale al “metodo Riace”

In questi ultimi giorni c’è stato un incremento fortissimo dell’arrivo di emigranti dalle coste africane e dell’Asia Minore. Fenomeno che oltre l’isola di Lampedusa, naturale punto di approdo dalla Libia e dalla Tunisia, ha particolarmente interessato la costa Jonica della Calabria.

Costa che già avevo visto qualche millennio addietro altri importanti sbarchi che l’avevano trasformata, per una non breve stagione, nella Magna Grecia, il centro del mondo civile. Una nuova Ellade, a un certo punto più importante della madre patria, di cui era parte quel meraviglioso susseguirsi di splendide e ricche città affacciate sul Mare Jonio calabrese, da Rhegion, a Locri Epizefiri e Kaulon, fino a Kroton e  Sybaris, per citare le più note.

Questa terra jonica – civilissima e coltissima – sta accogliendo tre millenni dopo lo sbarco dei ricchi e colti greci, tutta la poverissima e disperata umanità che sbarca ora sulle sue coste. La Guardia Costiera, ma anche semplici pescatori o navigli commerciali, li salvano dal naufragio e da una morte certa. La generosa gente calabrese li accoglie, li ciba e li cura: a Roccella, a Bianco, ad Ardore, a Locri, fino a Isola Capo Rizzuto si moltiplicano i gesti di solidarietà, che mi inorgogliscono. E si ammucchiano relitti di imbarcazioni, come monumenti sulle nostre spiagge.

La politica – perfino l’universalmente apprezzato Gabinetto Draghi – non riesce a governare il fenomeno. La Ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, ha lanciato l’usuale lamento che l’Italia non può essere lasciata sola ad affrontare il fenomeno.

Verissimo. Ma altrettanto vero che tutti si tengono lontani dal problema, fino a quando non sono coinvolti da un’invasione diretta.

Eppure…

Eppure proprio la Calabria aveva sperimentato un modello di accoglienza, che aveva stupito il mondo, che aveva dato dignità e mostrato una possibilità di vita e legalità ai migranti, e che aveva sollevato speranze per l’intera economia calabrese.

Mi riferisco al “modello Riace”, idea geniale di Domenico Lucano – sindaco della città dei Bronzi, emblema proprio della Magna Grecia – condannato in primo grado a tredici anni di reclusione per vari reati (sentenza appellata: perciò sto parlando di un presunto innocente).

“Modello Riace” che molto di positivo ha determinato: ripopolamento di borghi abbandonati, insegnamento dell’artigianato locale integrato con quello dei paesi d’origine, indirizzamento dei lavoratori verso cooperative.

L’intelligente utilizzo, insomma, dell’enorme valore economico costituito dai migranti sbarcati sulle coste italiane e rifiutati dal mondo: lo “scarto” di cui parla Papà Francesco. Ciò che accade nei modelli ecologici più evoluti: dove ciò che molti considerano rifiuto, diventa ricchezza.

Il Sindaco Lucano aveva trasformato un problema in una soluzione. I migranti a Riace avevano ridato vita ad un borgo fatiscente e abbandonato, trasformandolo in un incredibile esperimento di integrazione tra razze, culture e religioni differenti.

I sostentamenti statali sono stati così “girati” a cooperative, col compito di formare i migranti perché esercitassero un mestiere che assicurasse loro un piccolo reddito, rendendoli produttivi.

L’errore del Sindaco Lucano – che ritengo commesso senza lodo – è consistito nel pensare di potere attingere alle risorse per il sostentamento dei profughi (€ 35 pro-capite al giorno, che non sono pochi) senza creare una rigida contabilità pubblica e senza curarsi del concetto giuridico della distrazione: utilizzare fondi destinati alla costruzione di una tribuna dello stadio, per realizzare un  più urgente ambulatorio di primo soccorso non si può fare.

Ma soprattutto di pensare che il suo “metodo” sarebbe stato appoggiato dallo Stato: che, invece, quando il fenomeno è diventato evidente – forse conseguenza della risonanza internazionale data al fenomeno di Riace – lo ha osteggiato, anche bloccando l’erogazione dei fondi.

Da qui le trappole giuridiche in cui il Sindaco Lucano è caduto (se vero quanto ritenuto dal Tribunale di Locri), come l’uso disinvolto di matrimoni a fini di ottenimento della cittadinanza o di un permesso di soggiorno o certe superficialità inammissibili quando si ha a che fare con danaro pubblico.

Ecco, credo che la politica – la Regione Calabria prima di ogni altro ente – una riflessione dovrebbe farla per trasformare gli sbarchi sulle sue coste in ricchezza.

Magari facendo in modo che tutto ciò che oggi è soltanto un “business” per gli enti che gestiscono i centri di accoglienza immigrati, si trasformi in una opportunità per i comuni che dichiarino un interesse al riguardo: che, con una legge apposita (questo è mancato a Mimmo Lucano) potrebbero accogliere gli immigrati utilizzando nei limiti di quanto in essa sarà previsto, fondi che oggi vanno ai gestori dei centri di accoglienza. Fondi già esistenti, quindi, che solamente verrebbero sfruttati per creare ricchezza e non arricchimento.

Creando opportunità ed economia per la Calabria e per la Nazione.

E formulando una orgogliosa proposta politica per l’Unione Europea e per tutto il mondo.

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