martedì, 25 Gennaio, 2022
I dialoghi de La Discussione

Crescita e lavoro, ritardi e contraddizioni

“… la tecnologia sta creando crescente disuguaglianza” (Stephen Hawking) ma il futuro dipende dalle politiche pubbliche, non certo dal progresso scientifico e tecnologico. Nel pensiero di Stephen Hawking, fisico di fama internazionale recentemente scomparso, c’è la risposta fondamentale al tema “futuro del lavoro” come emergenza storica. Nel suo ragionamento è implicito che è la “Politica” il terreno sul quale oggi, nel mondo globalizzato, è possibile decidere la redistribuzione della ricchezza e il futuro benessere dell’Umanità; è necessario sancire un nuovo ordine nel governo pubblico degli Stati, un più alto livello di governance mondiale. Oggi più che mai perché in assenza di una sintesi il sistema globale procede senza razionalità, spinto dalla rapidità dei processi, tra voli audaci della scienza e dell’innovazione tecnologica, tra interessi contrapposti di differenti aree geo-politiche, dentro elefantiaci apparati pubblico-burocratici, incapaci di conferire rapidità ed efficacia alle decisioni, tra appetiti d’impresa non coordinati a sane logiche di socialità. In assenza di una buona sintesi politica l’esito è scontato: spazio incontrollato a favore della speculazione finanziaria e degli interessi più antisociali, perenne rischio di destabilizzazione dei sistemi economici, che va a intrecciarsi con l’altro aspetto emergenziale di assoluta attualità in occidente, la tenuta dei sistemi democratici (tema già da me proposto ne “I Dialoghi” con riferimento al sistema italiano). Il nesso fra crescita e lavoro è dunque all’ordine del giorno in particolare in Occidente, nei paesi economicamente forti ma fragili in termini strutturali, fra questi l’Italia con contraddizioni e ritardi peculiari.

Un primo grande punto di domanda: la spinta alla informatizzazione impressa dalla Terza Rivoluzione Industriale (iniziata negli anni ’70), combinata con la spinta che porta a processi produttivi sempre più veloci, ipertecnologici e sistemici, definiti dalla pubblicistica Quarta Rivoluzione, iniziata fra fine ‘900 e inizio millennio, possono determinare la contraddizione fra due aspetti opposti dello stesso fenomeno? Da una parte, la qualità innovativa delle tecnologie, della nuova organizzazione del lavoro delle industrie e dei servizi, di un’ipotesi di più alta qualità della vita, senz’altro valida per le classi abbienti; e dall’altra, la crescita delle diseguaglianze e la progressiva riduzione della base occupazionale per i ceti medi e medio-bassi. Ciò avviene in tutti i comparti dell’Economia ed è di tutta evidenza che la globalizzazione ha aperto una nuova fase della storia economica dell’Umanità, nella quale i paesi con alti tassi di crescita, in primis la Cina, hanno portato ben oltre un miliardo di esseri umani dalla povertà assoluta all’occupazione, più o meno garantita, mentre i paesi democratici del mondo occidentale, economicamente sviluppati e con bassi tassi di crescita, ne hanno subito pesanti contraccolpi.

È altresì indubbio che un Occidente che non sappia prendere parte ai mutamenti epocali e che non sappia leggere i nuovi scenari globali e le nuove linee di conflitto nel mondo, finisca con il subire le nuove forme della competizione e della divisione internazionale del lavoro. Decisivi e specifici alcuni elementi di crisi, fra questi, e senza pretesa di completezza descrittiva, segnalo quelli che mi sembrano più evidenti: la crisi di idee delle due grandi scuole di pensiero politico, laburista e conservatrice, incalzate dalla saldatura fra le neo-ideologie sovraniste e populiste, sostenute da un certo consenso popolare che nasce dalla paura del futuro; l’incapacità di contenimento delle ondate migratorie provenienti dall’Africa e dai paesi del Medioriente in guerra, dove negli ultimi 30 anni, per grandi responsabilità dell’Occidente, si sono aperte voragini di caos sociale e politico; le sempre più virulente speculazioni finanziarie del neo-capitalismo predatorio, che continuano a giocare un pericoloso ruolo destabilizzante negli equilibri di sistema; l’inadeguata lentezza delle attività dei governi, spesso malati di incapacità ad anticipare i processi sociali e ingabbiati da vecchie e pervicaci burocrazie; infine un’Unione Europea che non fa compiutamente sistema contro la crisi e che fatica a trovare la strada per recuperare il nobile commitment del pensiero europeista, nato dalla cenere degli odi e delle devastazioni della seconda guerra mondiale.

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