sabato, 18 Settembre, 2021
Il Cittadino

La riforma riformata. In pejus

La settimana appena trascorsa è stata incentrata sulla riforma della Giustizia, con gli interventi “a gamba tesa” dei procuratori antimafia, con le residue minacce del partito dei Cinque Stelle, con la prospettiva di emendamenti su emendamenti, appena attenuati dall’annuncio del Governo di volere porre la questione di fiducia sulla riforma, aperto solo a modifiche che “non mutino l’impianto della riforma”, ma che siano solo “tecniche”: come se si potessero dare in materia di giustizia norme non tecniche.

Probabilmente il Presidente Draghi raggiungerà l’intento di convincere Bruxelles che con quella riforma l’Italia abbia adeguato, sia nel campo civile, che in quello penale, il proprio ordinamento nel senso voluto dall’UE: affidabilità, celerità, equità.

Se l’obiettivo è unicamente questo, benissimo.

Anche se il successo dell’Italia – probabilmente un po’ taroccato, ma non è una novità nella storia post unitaria dell’azione dei nostri governi – non mi soddisfa come “cittadino”, dovendo constatare l’ennesima occasione perduta di una riforma che tutti gli italiani ritengono necessaria e che nessuno riesce ad attuare.

Eppure questa volta c’erano tutti i presupposti per farla veramente: una chiara indicazione, quasi un precetto, dall’UE; una certa sufficienza di fondi; un Ministro della Giustizia, donna ed estremamente competente, come Marta Cartabia, già Presidente della Corte Costituzionale. Addirittura un governo in cui il peso dei Partiti – ormai solamente interessati ai propri elettorati, senza alcuna preoccupazione per i problemi del Paese – è molto leggero.

Sennonché l’idea-guida delle due riforme, civile e penale, che in astratto nell’idea della Ministra Cartabia era rispondente a principi giuridici conformi e coordinati, è andata via via mutando fino a diventare altro, ogni qual volta perveniva un intervento: non necessariamente di un partito, ma di chiunque abbia ritenuto di avere voce in capitolo.

Le esigenze prospettate dalla UE sono reali. L’Europa è ben conscia – dovremmo esserlo anche noi italiani, ma siamo di bocca buona – che l’Italia, una delle grandi potenze mondiali che partecipano al G7, quanto alla Giustizia sia civile che penale non è tra i primi sette, ma neppure tra i primi venti e neanche tra i primi cento. Il World Economic Forum di Davos la colloca al 130° posto (su 141 Paesi censiti) per la “capacità di risolvere le controversie” ed al 126° posto nel mondo per la “efficienza del sistema legale”.

Aggiungiamo a tutto ciò il disastro di un sistema che non soltanto è al collasso per la sua incapacità di amministrare giustizia, ma che ha problemi nella sua essenza stessa come inequivocabilmente è emerso dopo che Palamara ha sollevato il coperchio.

Circostanza, quest’ultima, che, nonostante il ridimensionamento corporativo che ne è seguito, avrebbe dovuto indurre tutti i protagonisti del processo – magistrati, avvocati, cancellieri, assistenti degli studi legali – ad imporre non tanto una riforma radicale, quanto la cancellazione assoluta di un sistema che lascia tutti scontenti e che, soprattutto, non è più credibile.

Sta accadendo, invece, che la spazzatura emersa si sta silenziosamente nascondendo sotto il tappeto e che la “riforma” è già in procinto di essere riformata, con tutti i trucchi che il nostro legislatore che non legifera più, conosce benissimo.

Così proprio la parte che più di ogni altra dovrebbe fare ammenda – mi riferisco alla magistratura, come categoria, pensando ai singoli giudici che non meritano quello che gli è successo (inelegantemente mi autocito: “Elogio del giudice”“Il cittadino” di domenica 7 giugno 2020) – è proprio in prima linea nel rivendicare una riforma della riforma.

Con la naturale propensione, allorché le istanze vengono da chi rappresenta la pubblica accusa, di capovolgere la funzione stessa del processo: che non è quella di ottenere una facile condanna dell’imputato, ma di garantire, attraverso un rigoroso meccanismo di presentazione e di valutazione delle prove, che l’accusato innocente non venga condannato. Ed è innocente, qualunque persona, di qualsiasi crimine accusata, della quale non venga dimostrata senza ombra di dubbio la colpevolezza. Con un capovolgimento dell’assioma del Presidente Davigo, “non esistono innocenti, ma solo colpevoli non ancora scoperti” e con la riflessione che se l’avviso di garanzia recentemente notificatigli fosse arrivato all’inizio della sua carriera, probabilmente la storia giudiziaria d’Italia avrebbe avuto un altro corso.

La sensazione pessimistica che sto vivendo in questi giorni è di una riforma inutile, che nasce già riformata in pejus.

Il Presidente Mattarella, l’altro ieri, nel giorno del suo ottantesimo compleanno, ha avvertito il Parlamento che avrebbe rimandato alle Camere decreti e leggi non organiche: come sono, praticamente, la quasi generalità dei provvedimenti legislativi dell’ultimo decennio.

C’è veramente da rimpiangere che il nostro sistema democratico non consenta, per alcune materie estremamente tecniche, come quella della riforma della giustizia per l’appunto, di delegare pochi giuristi, rappresentanti contrapposte posizioni processuali, ma vincolati a scrivere un articolato chiaro e coerente sulla base di principi stabiliti dalla politica: come quelli indicati dalla Ministra Cartabia all’avvio della riforma e che, per quanto formalmente accettati all’unanimità e garantiti dalla questione di fiducia, giungeranno alle Camere in parte già svuotate.

Così da farci attendere ancora, per una riforma reale, che non verrà mai.

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