lunedì, 23 Settembre 2019
Editoriale Società

L’immigrazione nella globalizzazione

È paradossale che con l’avvento della globalizzazione, sostituitasi al secolo degli equilibri geopolitici, il tema dell’immigrazione rappresenti ancora un problema. In fondo, siamo tutti figli di Adamo ed Eva. Tuttavia, va ricordato che la diversità è sempre stata la miccia per far esplodere conflitti o giustificare misure economiche e sociali altrimenti osteggiate dal popolo.

La ricerca di un colpevole – o caprio espiatorio – è sempre dietro l’angolo nel momento in cui si affaccia una possibile crisi. Senza analizzare la positività o meno della “politica dei porti chiusi”, l’approccio “buonista” di una parte del mondo intellettuale, seppur legittimo nel universo delle idee, appare pleonastico se applicato nella realtà. Varrebbe la pena ricordare la letteratura Schlesingeriana nella quale le radici degli Stati Uniti non vanno ricondotte esclusivamente ai Padri Pellegrini che sbarcarono sulle coste nell’odierno New England, ma a tutti coloro, francesi, italiani, olandesi e di altre Nazioni, che, giurando fedeltà alla Costituzione, hanno il diritto di sentirsi a pieno titolo americani. Una formula che il nostro Paese, pur con un passato geograficamente frammentato prima del 1861, non riesce ancora a considerare.

L’Italia è ancora ferma alla dicotomica visione di una immigrazione composta da “persone che vengono a rubare il posto agli italiani” e “persone che fanno i lavori che gli italiani non vogliono fare”. Due affermazioni giustificate se ricondotte alla vulgata popolare ma inefficienti in termini di politica sociale. L’immigrato – e noi italiani lo sappiamo bene – è sempre una risorsa per lo Stato che lo ospita. L’errore è “ghettizzarlo” concentrandolo in ambienti senza alcuna possibilità di vera integrazione.

Solo una vera integrazione, basata sul principio del rispetto e dei valori reciproci, può portare ad una reale soluzione del problema. È ovvio che la lotta all’immigrazione clandestina deve essere portata avanti con politiche di scelte strutturali e non solo con una apertura ideologica a tutti costi. L’Europa deve fare la sua parte, tenendo conto delle responsabilità e delle necessità reciproche. Tuttavia, uno sforzo deve essere compiuto per porre fine ad un problema che, seppur importante, non risolve quelli ancor più gravi che affliggono il nostro Paese. In fondo, siamo tutti degli alieni finché non impariamo a conoscerci.

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