domenica, 31 Maggio, 2020
Società

Minori e social, serve l’attenzione dei genitori

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“Senza demonizzare i social media, il primo modo per prevenire il cyberbullismo è assicurarsi che il tempo di esposizione dei ragazzi alle nuove tecnologie sia quantitativamente e qualitativamente adeguato”. A parlare è Gianfranco De Lorenzo, segretario nazionale Associazione Nazionale dei Pedagogisti Italiani (Anpe) insegnante, formatore, nonché giudice onorario del Tribunale per i minori di Catanzaro. Ecco come ha risposto alle nostre domande sul rapporto tra minori e social, di stretta attualità alla luce dei casi che, con sempre maggiore frequenza, finiscono sotto i riflettori della cronaca nazionale.

Gianfranco De Lorenzo

Qual è, dal suo osservatorio privilegiato, il rapporto tra minori e social?
“Sia tra i bambini che tra gli adulti è in forte crescita l’uso dello smartphone, la cui molteplicità di funzioni ha ormai rimpiazzato cellulari tradizionali, video e fotocamere, lettori mp3. I bambini ricevono il loro primo smartphone a 11 anni e mezzo con una tendenza di abbassamento dell’età ed hanno almeno un profilo social. Pur di essere presenti on line, i minori sono disposti anche a mentire sulla loro età per cui si iscrivono ad un social dichiarando un’età superiore. I social sono utilizzati differentemente a seconda dell’età. Oggi i minori sono quasi scomparsi da Facebook…”.

Per quale ragione?
“Perché lì ci sono i loro genitori preferendo altri social quali Instagram dal momento che preferiscono condividere immagini e video di se stessi o degli altri anche se a volte queste condivisioni contengono riferimenti sessuali o pose imbarazzanti. Nati come strumenti di condivisione e socializzazione, i social hanno rivelato nel tempo tutte le conseguenze connesse alle loro logiche di comunicazione. Una delle prime è che più che un racconto di sé, finiscono per creare è una spettacolarizzazione della propria vita attraverso un’immagine filtrata ad hoc per ottenere consensi”.

Quali sono i rischio legati a questo modus vivendi?
“Il rischio più grande è dato dalla mancanza di una identità certa e dalla facilità estrema nel lasciarsi andare a confidenze anche riguardanti aspetti intimi della propria vita. Un meccanismo che, sulla personalità ancora in piena evoluzione di un adolescente può avere effetti e conseguenze significativi. Risulta chiaro e necessario individuare strumenti efficaci per trasferire non solo le competenze e le abilità tecniche per utilizzare al meglio i media digitali, ma anche le conoscenze che favoriscono una maggiore consapevolezza nel distinguere e valutare sia le opportunità che i rischi del web”.

In che modo occorrerebbe approcciarsi?
“Un approccio educativo utile a tale scopo dovrebbe tener conto di tre dimensioni: tecnologica, relativa alla capacità di scegliere le tecnologie più opportune per affrontare problemi reali e saper gestire contesti tecnologici in rapida evoluzione; cognitiva, relativa alla capacità di saper selezionare e valutare le informazioni sulla base della loro pertinenza ed attendibilità; etica, connessa alla capacità di interagire e relazionarsi con altri soggetti in modo costruttivo e responsabile avvalendosi delle tecnologie, con particolare riguardo alla tutela personale ed al rispetto degli altri”.

Il cyberbullismo è una piaga ancora più afflittiva del bullismo: come fare per arginare il fenomeno?
“Il cyberbullismo è una evoluzione del fenomeno del bullismo dovuto ad un uso inappropriato degli strumenti tecnologici. Rispetto al bullismo sono due gli aspetti fondamentali da tenere in considerazione. Il primo riguarda il passaggio dalla deresponsabilizzazione che abbiamo nel bullismo (Es. è stato uno scherzo) alla depersonalizzazione che ritroviamo nel cyberbullismo (Es. non sono stato io ma un’altra persona). Questo aspetto è dovuto al fatto che chi commette l’azione può nascondersi dietro ad uno schermo senza paura di essere scoperto e punito. L’altro aspetto riguarda il criterio della reiterazione, perché mentre nel bullismo l’azione viene ripetuta più volte, nel cyberbullismo basta una sola condivisione per moltiplicare la stessa azione, perché vista o letta un pubblico più vasto che a sua volta quando condivide non fa altro che moltiplicare ancora. Proprio per questo l’azione di contrasto deve avere un carattere educativo, così come previsto dalla legge 71/2017 che ha fissato dei paletti per arginare il fenomeno chiamando in causa la famiglia, la scuola e le risorse territoriali, nonché sensibilizzare i ragazzi a comprendere che mettere in atto queste azioni significa anche commettere una serie di reati che possono essere perseguiti”.

Lei ha chiamato in causa vari soggetti: quale, tra questi, ha l’onere maggiore?
“Dal punto di vista educativo il compito principale è della famiglia perché è lì che si esplicita la cosiddetta educazione primaria. È compito dei genitori fornire ai figli un bagaglio educativo grazie al quale essi non pongano in essere comportamenti pericolosi e potenzialmente dannosi per altri, intervenendo a modificare aspetti del carattere del figlio che denotino imprudenza, leggerezza, superficialità soprattutto nella difficile età dell’adolescenza. Senza demonizzare i social media, il primo modo per prevenire il cyberbullismo è assicurarsi che il tempo di esposizione dei ragazzi alle nuove tecnologie sia quantitativamente e qualitativamente adeguato. Passare il tempo e giocherellare in rete sono momenti accettabili se utilizzati con i dovuti modi e tempi. I ragazzi, on line, possono dare sfogo anche alle loro capacità creative in attività interessanti e utili alla loro crescita.

Come stabilire se l’uso delle tecnologie è eccessivo?
Se il primo intervento dei genitori è quello di regolamentare in famiglia l’uso del web attraverso software che non consentano l’accesso a siti rischiosi o contenenti materiale non adatto ai ragazzi, è altresì opportuno controllare alcuni fattori come: se il ragazzo ha interessi e svolge attività anche non al computer; se ha un solido gruppo di amici; se è ragionevolmente attento alla scuola e ai voti. Se questi elementi fanno parte della vita del ragazzo, significa che egli riesce a mantenere un buon equilibrio. Se uno o più di questi fattori dovessero mancare, sarà opportuno che i genitori intervengano e di solito una buona modalità è quella di inserire all’interno della routine settimanale e quotidiana dell’adolescente un’attività che non implichi l’uso del computer. Inserire una nuova attività permette di togliere, come naturale conseguenza, spazio alle nuove tecnologie senza perciò essere percepita come una punizione imposta dall’alto”.

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