domenica, 16 Maggio, 2021
Società

Immigrazione, tante parole pochi fatti

“Fino ad ora l’immigrazione, fenomeno di portata epocale, è stata gestita solo ed unicamente sulla base di slogan ad effetto che hanno fatto breccia sicuramente, ma dimostrano l’inadeguatezza della classe dirigente italiana”. Don Federico Battaglia, Direttore della Pastorale Giovanile della Diocesi di Napoli, è un prete di frontiera; uno di quelli che conosce molto bene i problemi delle famiglie e dei giovani senza lavoro. Quando sul territorio sono arrivati i primi migranti, si è rimboccato le maniche e ha avviato una serie di iniziative per l’integrazione. E così oggi nella sua parrocchia ai piedi del Vesuvio giovani italiani e di colore convivono senza affanni, nonostante le differenze.

Don Federico, lei si occupa da tempo di immigrazione e, soprattutto, di integrazione. Dal suo osservatorio privilegiato quale è la situazione del nostro Paese?
“C’è un aspetto che non sempre viene messo in evidenza ma che, dal mio punto di vista, è fondamentale per aiutare le persone a capire esattamente il fenomeno”.

Si spieghi meglio…
“Fino ad ora l’immigrazione, fenomeno di portata epocale, è stata gestita solo ed unicamente sulla base di slogan ad effetto che hanno fatto breccia sicuramente, ma dimostrano l’inadeguatezza della classe dirigente italiana”.

A cosa si riferisce?
“A una serie di promesse non mantenute. Le faccio un esempio. Molti dicono: aiutiamoli a casa loro. E, tutto sommato, questa potrebbe essere anche una tesi accettabile. Ma, al di là delle parole, cosa si è fatto? Non mi risulta che vi sia stato un incremento dei fondi per la cooperazione internazionale. Se così stanno le cose, cosa avrebbero dovuto fare i migranti? Nessuno è contento di lasciare la terra dei propri antenati. Si decide di partire se non ci sono condizioni di vita degne di questo nome. Laddove mancano, ognuno ha diritto ad una migrazione sicura. Le posso citare altri casi da cui emerge una totale indifferenza nei confronti di questo fenomeno”.

Cioè?
“Si è parlato molto, nell’ultima campagna elettorale, di rimpatri. Ma, rispetto ai toni trionfalistici di qualcuno, la realtà è molto diversa. La verità è che le persone che non hanno diritto a rimanere sul nostro territorio non vengono rispedite nei Paesi di provenienza, perché mancano gli accordi bilaterali che non sono stati sottoscritti. Queste persone, prive di documenti, finiscono in balia delle organizzazioni criminali e non è possibile sanare la loro situazione. Il che finisce per aumentare il senso di insicurezza che le norme recentemente approvate avrebbero, invece, dovuto scongiurare”.

Intanto l’Italia è stata lasciata solo dall’Europa…
“L’isolamento fortemente ricercato in questo campo non ci ha giovato. Il braccio di ferro intrapreso con la Ue non ha ancora portato ad una modifica delle norme del Regolamento di Dublino sul diritto di asilo, lasciando all’arbitrio di pochi il diritto di decidere la vita e la morte dei naufraghi salvati dalle navi delle Ong. Non mi pare che tutto questo sia accettabile”.

In tema di immigrazione c’è un evidente divario tra la posizione della Chiesa e quella di molti cattolici: da cosa dipende questo iato?
“In tempi di Social ha la meglio chi la spara più grossa. Ricordo i tanti gruppi contro l’invasione dei migranti. Basta leggere le statistiche del Viminale per rendersi conto che si tratta di un termine abusato. Non ho mai visto gente armata invadere i nostri confini, bensì uomini, donne e bambini che scappano dalle atrocità delle guerra e della fame ed affrontano il rischio della morte pur di avere un futuro. Ciò detto, al centro della vita di ogni cristiano ci deve essere il Vangelo che impone si accogliere lo straniero come fratello. Siamo, dunque, di fronte a una crisi di fraternità”.

Favorevole o contrario ad offrire ai migranti la possibilità di stabilirsi nei centri dell’entroterra per favorire un loro ripopolamento?
“Non risolverebbe il problema. I migranti avrebbero bisogno di sostegno, soprattutto economico, per stabilirsi e creare le condizioni per restare in loco. Il modello Riace ha funzionato fino a quando c’è stato il sussidio pubblico. I migranti finirebbero per andare incontro agli stessi problemi dei residenti e, in definitiva, per emigrare nuovamente”.

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