domenica, 19 Settembre, 2021
Attualità

La Cina vaccina: impegno umanitario o sfruttamento della pandemia?

Dietro la corsa contro il tempo per vaccinare la popolazione possiamo intravedere strategie “geopolitiche”, il riemergere di nazionalismi e l’acuirsi della divisione tra Paesi ricchi e poveri. A febbraio si è superata la soglia del mezzo milione di morti nell’UE; centomila solo in Italia e trecentottantamila tra Italia, Francia, Germania, Spagna e Polonia. Nel mondo i morti accertati sono oltre due milioni e seicentomila. Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale del lavoro, nel 2020 si sono persi 255 milioni di posti di lavoro a tempo pieno, senza contare tutti i contratti a tempo che non sono stati rinnovati. L’unica speranza è riposta nei vaccini, un mercato, che, secondo un recente studio di Credit Suisse, nel 2021 varrà tra i 9 e i 14 miliardi di dollari

 

LA DIPLOMAZIA DEI VACCINI

Un poeta persiano del 1200 scriveva: “Dove ci sono rovine, c’è la speranza di un tesoro”. E la pandemia da Covid-19 sembrerebbe non fare eccezione, dal punto di vista economico ma anche delle opportunità di rimescolamento degli equilibri geopolitici offerta dalla cosiddetta “diplomazia dei vaccini”. La corsa alla scoperta dei vaccini anti-Covid, così come la capacità di produrli e la volontà di distribuirli in giro per il mondo, si sta trasformando in una competizione tra potenze nella quale sono in gioco le relazioni internazionali e, più in generale, il ruolo dei diversi Paesi nello scacchiere globale.

 

LA CINA IN PRIMA FILA

A condurre i giochi diplomatici sembrerebbero i Paesi economicamente emergenti del vecchio acronimo BRIC, che, fatta eccezione per il Brasile, hanno trovato nella pandemia l’occasione per candidarsi a sorpassare nel soft power (non solo sanitario) le potenze transatlantiche. Tra questi la Cina, che meglio di tutti ha saputo cogliere le opportunità pandemiche in termini di estensione dell’influenza. Pechino ha subito puntato sulla produzione autartica dei vaccini. Non appena il primo è stato pronto, sviluppato proprio a Wuhan dalla Sinopharm, è iniziata la vera strategia di Pechino: tenere al minimo le vaccinazioni interne, facendo leva sulla efficienza del rigidissimo sistema di isolamento dei focolai, e concentrare la capacità produttiva nell’esportazione. Con l’obiettivo di mostrare di essere alla guida della soluzione globale della pandemia.

 

IL RISCATTO SUL PIANO INTERNAZIONALE

Il sospetto nei governi occidentali è che la Repubblica Popolare cinese intenda sfruttare la politica dei vaccini per aumentare la sua influenza internazionale e per rilanciare l’immagine del Paese quale attore responsabile nella lotta contro il Sars-Cov2. Come già con la fornitura di mascherine e dispositivi di protezione personale nella prima fase della pandemia, la Cina ha deciso di fare leva sull’aiuto ad altri Paesi per allontanare da sé la sfiducia generata nell’iniziale gestione del Covid-19 e le ombre generate dalla repressione della minoranza uigura nello Xinjiang e la stretta autoritaria su Hong Kong.

 

LA VACCINAZIONE DEGLI ATLETI OLIMPICI E I VACCINI DONATI AI PAESI IN VIA
DI SVILUPPO

L’ultima iniziativa messa in campo per questo riscatto internazionale è l’impegno a vaccinare, lavorando fianco a fianco con il Comitato Olimpico Internazionale (CIO), gli atleti in vista dei prossimi Giochi olimpici. Il passo successivo della campagna di immagine,  annunciato dal ministro degli Esteri e consigliere di Stato Wang Yi, sarà rappresentato dalla creazione di centri di vaccinazione regionali, nei Paesi in cui le condizioni lo consentono, per somministrare vaccini Made in Cina ai propri cittadini provenienti da nazioni limitrofe. A questo vanno aggiunti gli aiuti gratuiti forniti, secondo l’Aspen Institute, a 69 Paesi in via di sviluppo e le esportazioni di propri vaccini in 43 nazioni. “Tratteremo il vaccino come un bene pubblico globale”, ha assicurato il presidente Xi Jinping, che dallo scorso maggio ha inviato molti messaggi al mondo improntati sull’impegno della Cina in senso umanitario.

 

L’OMBRA DELLA “BELT AND ROAD INITIATIVE” DI PECHINO

Una perspicace diplomazia del dono focalizzata sul Sud globale. A febbraio, i due vaccini della Sinopharm erano stati venduti a ventisette Paesi ed esportati sotto forma di dono a cinquantatré – ovvero quasi il doppio – dall’Africa all’Asia, inclusi Pakistan, Cambogia, Laos, Guinea Equatoriale e Zimbabwe. Secondo l’Aspen, una rimodulazione in chiave sanitaria della Via della Seta, che adatta all’era del Covid l’idea della “Belt and Road Initiative” (BRI), il mastodontico progetto infrastrutturale e commerciale cinese da realizzare nel mondo occidentale lanciato nel 2013 dal presidente Xi Jinping.

 

LA MODERNA “COLONIZZAZIONE” DI AFRICA E SUD AMERICA Sud America

La Cina, infatti, sta già guardando oltre. Molti dei suoi accordi, infatti, riguardano la realizzazione di impianti di produzione e logistica, soprattutto nei Paesi africani, ma anche in Sudamerica e si dice prossimamente pure in Serbia. Quando la pandemia da Covid sarà finita, questi poli produttivi resteranno a proiettare la presenza cinese, insieme alla rete di relazioni con essi costruita da Pechino.

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