martedì, 24 Novembre, 2020
Società

Povertà e disagi, così nasce l’abbandono

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Conto alla rovescia per il ritorno a scuola, ma sarà ancora un anno di abbandoni e studi interrotti. Di ragazzi che gettano la spugna, di famiglie disinteressate se non addirittura favorevoli, all’abbandono degli studi, affinché il figlio possa essere un aiuto, quando nel migliore dei casi, chi lascia la scuola lo fa per un lavoro.

Il dire addio allo studio, a libri e insegnanti rappresenta una sconfitta di un sistema educativo e scolastico messo alle corde dalle mancate riforme, dalla scarsa innovazione, da scelte mancate da parte della politica e dei governi. I dati sono solo “quantitativi”, e sappiamo chi lascia la scuola è il 14% dei giovani.

Si tratta di quei ragazzi tra i 18 e i 24 anni che hanno rinunciato dopo aver al massimo raggiunto la licenza media. Sui dati “qualitativi” ossia perché i ragazzi non sono più attratti dalla scuola, perché non trovano nulla di interessante nei libri e insegnanti, c’è una evidente carenza. Quindi un vuoto sul perché, i motivi veri di un abbandono a ciò che significa studio e nel rapporto tra insegnati e gli stessi amici di classe.

Ad essere da stimolo alla comprensione del fenomeno sono associazioni come la “Valigia blu.it” che scandaglia, e mette assieme le esperienze più virtuose, anche di singoli insegnati, che abbiano come obiettivo contendere e arginare un fenomeno negativo che ha alti costi sociali.

Eugenia Carfora
Eugenia Carfora

Tra le esperienze, quella di Eugenia Carfora, preside dell’Istituto Morano di Caivano, in provincia di Napoli, che racconta in modo crudo e reale, il suo impegno e dedizione verso la missione di insegnate. “Esco subito, comincio a girare per i bar, vado a cercarli, a chiamarli uno per uno, vado loro incontro quando li vedo in fondo al marciapiede. Poi una volta che suona la campanella e i ragazzi sono dentro, l’ansia mi passa e sono certa di poter fare qualcosa per loro. Chi perde i propri ragazzi non ha una scuola”.

“L’abbandono scolastico – come riferisce la Commissione europea – è un problema serio”, sottolineano i volontari de La valigia blu, “che rappresenta un ostacolo per la crescita economica e l’occupazione di un paese e alimenta povertà ed esclusione sociale. In base alla strategia Europa 2020 è stato fissato l’obiettivo di ridurre a meno del 10% la percentuale di giovani di età compresa fra 18 e 24 anni che abbandonano prematuramente l’istruzione o la formazione”.

Negli anni l’Italia si è avvicinata a questo obiettivo, ma l’Istat ha appena certificato che nel 2017 c’è stato un aumento per quanto riguarda i giovani che escono precocemente dal percorso scolastico. Si tratta di un fenomeno complesso che presenta un insieme di cause e correlazioni che vanno dalle motivazioni individuali a ragioni economiche e sociali.

L’abbandono è anche un danno per l’economia, ne è certa la Commissione europea che ha stabilito anche una relazione economica dei costi sociali. “La riduzione di appena un punto percentuale del tasso europeo medio di abbandono scolastico significherebbe per l’economia europea quasi mezzo milione all’anno di giovani qualificati che trovano potenzialmente un’occupazione”.

Secondo il rapporto Benessere equo e sostenibile (BES) 2018 pubblicato dall’Istat, i principali indicatori dell’istruzione e della formazione in Italia si sono mantenuti significativamente inferiori rispetto a quelli della media europea. La regione dove è maggiore l’abbandono scolastico è la Sardegna con il 21,2% e la Sicilia 20,9%; le Regioni dove il dato è più basso anche della media Europea, sono Abruzzo 7,4% è la provincia di Trento 7,8%.

Su un fatto tutti concordano è importante conoscere le motivazioni che non sono univoche. A mettere assieme i dati e trarne delle indicazioni è OpenPolis. Le cause, infatti, possono essere tante e diverse, accade che molta: “enfasi viene posta, a ragione, sulle motivazioni individuali dei ragazzi, sulle difficoltà di apprendimento, sulla carenza di sostegno o di orientamento nel percorso di studi”.

Accanto alle ragioni individuali, però, spiega OpenPolis, emergono altre motivazioni e sono per la maggior parte economiche, come la possibilità di trovare lavoro in un territorio che concede una discreta offerta occupazionale. Oppure le difficili condizioni del nucleo familiare e la stessa possibilità di far proseguire gli studi ai propri figli. Disagio che rappresenta il fattore più frequentemente di abbandono scolastico.

Un figlio può rivelarsi una forza lavoro capace di contribuire al reddito della famiglia. Il fatto che un proprio figlio lavori e non vada a scuola, osserva OpenPolis può rappresentare per una famiglia povera, in un primo momento, un miglioramento delle condizioni di vita, ma nel lungo periodo rischia di essere controproducente anche economicamente. Il motivo è semplice, i ragazzi che abbandonano gli studi con maggiore frequenza rischiano di rimanere in futuro senza lavoro.

Il fenomeno oggi in massima evidenza tra ragazzi che non studiano, non lavorano e non sono interessati a corsi professionali. Una situazione che ha un impatto negativo non solo sui ragazzi ma anche per l’intera comunità in: “In primis, in termini di maggior costi delle prestazioni di welfare. In secondo luogo, per una questione di iniquità sociale: diversi studi hanno indicato come l’abbandono precoce tenda a trasmettersi da una generazione all’altra.

E sarà proprio chi nasce in famiglie più povere ad avere meno possibilità di sottrarsi in futuro alla povertà, anche come conseguenza di un percorso di studi interrotto”.

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