martedì, 13 Aprile, 2021
A cuore aperto

Nicolò Govoni, candidato al Nobel per la pace e la protezione dell’innocenza

Aperta la prima scuola internazionale in Kenya: sono questi i ragazzi di un mondo migliore.

La prima volta che ho visto Nicolò è stato attraverso un video-messaggio in cui raccontava quello che lui e i suoi compagni di viaggio tentavano di fare, per portare sostegno ai bambini del campo profughi di Samos. Mi ha colpito, in quell’occasione, l’impegno verbale, l’accuratezza e la misura delle parole che questo ragazzo utilizzava, mentre si scusava per la stanchezza, perché sapeva trasmettere, ai miei occhi, la consapevolezza dell’adulto e l’innocenza dell’ideale intero. È partito sette anni fa dalla sua città natale, Cremona, è stato candidato al Nobel per la pace e oggi, attraverso la sua associazione “Still I Rise”, ci mostra un sogno che sembrava irrealizzabile: la prima scuola internazionale, completamente gratuita, all’interno del continente africano nella valle del Mathare, in Kenya. Cambiare il mondo è possibile, un bambino alla volta, un innocente alla volta. Quella che segue è l’intervista a cui ha risposto dal Kenya:

Quale è stato il primo passo del tuo viaggio?
La prima volta che sono partito avevo vent’anni. Il mio trigger è stato la rottura con la mia fidanzata. In realtà mi sentivo inadeguato rispetto al mio contesto e ho scelto di partire per l’India e dare una mano in un orfanotrofio per un periodo che sarebbe dovuto durare pochi mesi. Lì ho legato moltissimo con questi bambini e col fondatore dell’orfanotrofio, Joshua. Quell’esperienza si è trasformata in un percorso di quattro anni, studiando per equipaggiarmi per fare ciò che mi rendeva felice, avendo un impatto reale, quantificabile e continuativo nella vita di questi ragazzi.

Quali resistenze hai dovuto affrontare, sia nel tuo contesto, sia nei contesti in cui sei andato ad intervenire?
La mia famiglia era spaventata. Quando ho scelto di fare l’università in India, rinunciando poi ad un master che dovevo fare negli Stati Uniti, per restare a Samos a fare il volontario, tutti credevano che stessi buttando via la mia vita. Ho trovato però la mia forza dentro il mio nuovo contesto, costituendo nuovi punti di riferimento. Lì con me c’erano persone che capivano e condividevano ciò che stavo facendo e sono state il mio gruppo di supporto. È insieme ad alcune di loro che ho fondato “Still I Rise”, la nostra associazione. Non si può fare nulla da soli. Noi abbiamo cominciato a Samos, in Grecia, con la prima scuola “Mazì”. Qui le difficoltà sono state infinite. Le principali, in una realtà di crisi, sempre in emergenza, dal 2015. L’hotspot è un luogo inaccessibile ai civili. La barriera formale si traduce in una barriera pratica; abbiamo avviato una denuncia penale, contro le autorità, siamo arrivati al parlamento europeo, alla corte europea di giustizia. Questo ha infiammato still i rise, che nasce per contrastare un sistema corrotto, ingiusto, e avere un impatto sistemico. Abbiamo poi aperto in Turchia, in Siria, ora siamo in Kenya.

Cosa ti ha spinto avanti nonostante le difficoltà?
Portare l’educazione dell’élite agli ultimi tra gli ultimi. Con le nostre scuole internazionali diamo un diploma riconosciuto a livello internazionale e lo forniamo in modo completamente gratuito ai bambini più poveri, che non potrebbero mai permettersi il costo che queste scuole hanno in realtà diverse, dove a regimi normali una scuola così costa circa 10.000 euro all’anno. In alcuni contesti l’educazione è l’unica arma per difendere e liberare i bambini da una sorte segnata.

Quale è stato il momento peggiore? E quando hai compreso che invece la scelta fatta era giusta?
L’orrore è un sentimento che mi ha pervaso spesso. Penso a Samos, ero con Giulia e Sara e c’era un bambino a cui insegnavo e che nel campo profughi era vittima di abusi. Lo avevo riportato alle autorità, che si occupavano di children protection, di questi abusi e vedere che non ci fosse struttura e interesse a proteggere l’infanzia, dapprima ho attraversato rabbia, delusione, poi è subentrato in me l’orrore. Quando ho compreso che l’abuso accade spesso e che moltissimi bambini non ricevono nessun supporto da chi dovrebbe proteggerli, sono caduto in uno stato di impotenza che mi stava spingendo ad andarmene, quindi quell’esperienza è stata un po’ lo spartiacque. Perché è proprio da questi abissi che la mia risposta, la nostra risposta, è stata muovere noi nella direzione opposta e non lasciare campo libero al male. E proprio a Samos è nata la nostra prima scuola. Noi di “Still I Rise” non ci siamo mai abituati all’orrore, abbiamo fatto l’abitudine a cercare soluzioni.

Cosa pensi della tua candidatura al Nobel?
È stato un enorme onore, sono rimasto esterrefatto e felice, ma non penso di meritarlo. Lo ho vissuto come un incoraggiamento a fare sempre di più e meglio, ma trovo giusto sia stato attribuito a chi opera da molto più tempo di me e con un impatto molto più ampio.

Cosa ti spaventa e cosa ti rende felice?
La situazione del Covid 19 mi spaventa, perché può costituire una minaccia concreta all’apertura delle nostre scuole internazionali, che sono una promessa che noi facciamo ai bambini e alle loro famiglie per sette anni. 

Come pensi di declinare l’amore per la tua missione in una dimensione di coppia?
Per me è molto difficile rispondere a questa domanda, nessuno può dirsi esperto nell’ambito dell’amore di coppia. La mia situazione è complessa, perché io non ho mai tempo libero, ormai da anni. Alle volte si lavora anche di notte. E credo che una persona che si ama meriti tempo e attenzioni. Quando incontrerò la donna giusta per me, ed io per lei, non potrà che essere una persona che condivide la stessa missione, che aderisce internamente a certe mie istanze, perché appartengono a lei per prima. Credo sia questa l’unica chiave per comprendersi e sostenersi reciprocamente e riuscire a starsi accanto come l’amore esige.

Un messaggio da lasciare ai giovani?
Solo questo: fai la tua parte, non arrenderti, continua ad inseguire il tuo sogno. Non ascoltare i detrattori, non è vero che niente può cambiare. Fai la tua parte.”

E Nicolò la sua parte la sta facendo davvero: dallo scorso gennaio la Scuola Internazionale per bambini profughi e svantaggiati a Nairobi, Kenya, è realtà. La prima di tutto il continente africano. La scuola accoglierà fino a 300 studenti, ed è bellissima, anche esteticamente, perché la bellezza torni ad essere un diritto di tutti i bambini.

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