venerdì, 25 Giugno, 2021
Economia

Start-up innovative. Meno annunci e burocrazia, più afflusso di capitali

Banche e burocrazia falcidiano le buone idee e la volontà di tanti neo imprenditori di portare avanti progetti. Bisogna uscire dalla propaganda e puntare sulla nascita di imprese che creano sviluppo e occupazione. Incentivi e fondi non possono essere gestiti nella discrezionalità delle banche altrimenti si realizzano strumenti più utili alla finanza che ai giovani e all’economia reale.

Gli annunci sono fatti per esagerare, convincere, far sognare, fino a quando dagli slogan si passa poi alla realtà. Allora le cose si complicano, si fanno difficili e ci si accorge che molti sforzi non sono andati a buon fine. Sono i tanti casi di piccola e media imprenditoria, di start up che si arenano nel punto cruciale, quello dei finanziamenti che poi le banche dovrebbero assegnare e concedere, ma il più delle volte non fanno. Di queste storie di mancati successi nessuno parla, più facile scrivere di chi riesce a intercettare fondi e idee che grazie ai soldi diventano realtà. Gli altri, gli sconfitti torneranno nel vuoto delle proposte senza garanzie bancarie, e nel tentare la strada di “uno su mille ce l’ha fa”. Facciamo qualche esempio per mostrare quanto sia distante la realtà dagli annunci. Molte agenzie promuovono la possibilità che siano finanziate idee e progetti, come il “Resto al Sud”, programma lanciato dal decreto legge 91/2017 a favore del Mezzogiorno per incentivare l’imprenditoria giovanile nelle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia. Il programma ha una dotazione economica non indifferente, sono disponibili complessivamente 1,25 miliardi di euro per finanziare fino a 50 mila euro per progetti individuali e 200 mila euro per le società.

Sull’importo del progetto, il 35% viene versato a fondo perduto.

Se si prendono in considerazione i dati dell’agenzia del Ministero dello sviluppo economico, e quelli di “Invitalia”, che gestisce il progetto, i fondi erogati due anni fa, hanno permesso la nascita di oltre 2.200 imprese e la creazione di più di 8.200 posti di lavoro. Ne avrebbero beneficiato i settori turistico-culturale, manifatturiero i servizi alla persona.

Fin qui tutto appare positivo e propositivo. Ma non si spiega come mai tanti progetti di giovani volenterosi inciampano e si bloccano ovunque. Nelle tante clausole iniziali, come l’esclusione di alcuni costi, tra cui il personale dipendente e spese notarili, imposte e tasse. Inoltre chi supera questi ostacoli dovrà vedersela con la parte economica.

Il 65% del finanziamento viene erogato attraverso mutuo agevolato garantito dallo Stato, che deve essere rimborsato in 8 anni. Finito il primo percorso che, se dotati di buona volontà, di un progetto interessante di una startup promettente, di un team affiatato si può riuscire a fare ancora un passo avanti che per molti finisce nel nulla.

I problemi, infatti, sorgono quando si arriva al mutuo che può essere concesso solo dalle banche convenzionate con Invitalia-ABI, tra queste per citarne alcune, Monte dei paschi di Siena, Carige, Unicredit e Banca Apulia.

La concessione del mutuo è una pre-condizione per ottenere il finanziamento governativo. La trafila a questo punto si fa complicata. Il percorso è obbligato: il progetto deve viaggiare on line con invio a InvItalia. Primo stop se i parametri non sono rispettati il tutto si ferma. Da questo momento per chi ha il via libera sul progetto il gioco cambia. Perché le persone interessate per avviare attività devono aver ottenuto il famoso mutuo bancario altrimenti il finanziamento non decolla. Il dopo inoltre è una serie di paletti. I fondi possono essere richiesti se già si è realizzato la metà del progetto e si è ottenuto il famoso mutuo bancario. Nel rapporto con le banche i giovani imprenditori sono esposti alle logiche di banca ossia dare affidabilità, accettare le condizioni dell’Istituto come tassi di interesse e spread, e la tempistica delle banche. Nel frattempo tutti soci del team devono sottoporsi ad un colloquio per esaminare le loro competenze e la fattibilità economico-finanziaria del progetto. La valutazione finale spetta a Invitalia e il progetto può essere ammesso ai fondi se però questi ci sono ancora. A conti fatti solo un progetto su tre viene approvato. Non è un grande risultato dal momento che questo tipo di offerta e sostegno è tra le poche indirizzate a piccole imprese e start up.

C’è da ricordare che non sono ammessi a contributo i professionisti già titolari di partita Iva mentre la soglia di età ora è stata elevata a 55 anni mentre prima era 46 anni.

Nella realtà quindi accade che si perda tempo e voglia di procedere. D’altronde più che favorire una integrazione di giovani nel mondo del lavoro la metà delle domande è presentata da candidati ultra-trentenni, e di questi poco meno della metà sono donne.

La scarsa partecipazione o riuscita dei giovanissimi è, probabilmente, riconducibile ai criteri di valutazione, che comprendono titoli e certificazioni possedute, e capacità dell’iniziativa di presidiare gli aspetti del processo tecnico-produttivo e organizzativa. In altri termini c’è una contraddizione, è necessario avere un’esperienza alle spalle che i più giovani non possono avere. Inoltre, sono ammissibili soltanto le nuove attività imprenditoriali. Che poi nuove per un Paese come l’Italia a ritardo di innovazione suona già una beffa. Essendo poi muove dovranno essere considerate le potenzialità del mercato di riferimento, il vantaggio competitivo dell’iniziativa e relative strategie di marketing, la sostenibilità tecnico-economica dell’iniziativa. Ossia barriere che per molti giovani sono elementi insuperabili. Alla fine accade che l’Italia e il Sud siano di molto indietro alla media europea di imprese giovanili. Cosa prevedere? In primo luogo lo snellimento delle misure che promettono fondi e incentivi perché in pochi possono avventurarsi in un mondo dove la burocrazia avrà un ruolo determinante. Il nodo più delicato è quello delle banche che non vogliono rischiare nel dare capitali anche se garantiti dallo Stato a imprenditori che devono ancora iniziare una loro carriera e produrre utili. In altri versi piccole imprese e start up innovative avranno difficoltà di mercato proprio per la loro carica di innovazione. Servirebbe dall’inizio un sostegno che si diluisca in più anni, un centro di consulenza per la parte burocratica, ed infine che le banche ritornino a pensare anche come imprese che possano puntare su progetti e innovazioni utili al loro territorio operativo. Se non ci saranno queste condizioni bene che andrà rimarranno fuori la stragrande maggioranza di idee, progetti e possibilità di lavoro.

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