domenica, 28 Febbraio, 2021
Economia

Un Piano da migliorare per convincere l’Europa

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Pochi giorni fa uno dei più autorevoli quotidiani tedeschi, la Frankfurter Allgmeine Zeitung ha espresso un giudizio non proprio esaltante sul nostro PNRR. Senza tanti giri di parole ha fatto presente che nel Piano regna troppo clientelismo e che sono previste poche riforme. Il nostro Commissario europeo, Paolo Gentiloni, si è fatto sentire anche lui: “Il Next Generation Eu – ha spiegato- non è un fondo comunitario come gli altri, non è cioè un fondo che viene erogato e può essere speso o meno. Il finanziamento è debito comune e viene erogato due volte l’anno con decisioni proposte dalla Commissione, nella misura in cui si raggiungono degli obiettivi e dei tempi. Quelli previsti nei piani che vanno approvati dal Consiglio». In poche parole, non si tratta né di mance, né di regali né di sussidi. Sono finanziamenti cui si potrà accedere solo se ci saranno progetti validi, analisi economiche credibili e soprattutto affidabilità sulle procedure e sulla tempistica. L’ultima e non definitiva versione del PNRR, dicono i critici, rassomiglia molto di più ad un documento politico che a un Piano di rinascita. Sui grandi obiettivi siamo tutti d’accordo: la green economy, la sostenibilità ambientale, la parità di genere, la digitalizzazione, la coesione sociale, la riforma della pubblica amministrazione e il potenziamento della ricerca. Alla quantificazione delle risorse, però, non corrisponde l’individuazione degli strumenti. Entrando nel merito, poi, si scoprono altre note dolenti. La prima riguarda lo stile. C’è tanta politica e pochissima analisi economica. Un secondo rilievo attiene alla possibilità che, in corso d’opera, alcuni obiettivi risultino non raggiungibili, perché manca nel Piano un’analisi economica sulla coerenza dei diversi obiettivi tra loro. È bene ricordare che il Piano avrà forti condizionalità nell’erogazione dei fondi. Tanto per capirci, non sarà un Bancomat all’italiana. Chi non raggiunge determinati traguardi non otterrà le somme assegnate. Il terzo rilievo riguarda gli strumenti da utilizzare. Prendiamo ad esempio il “Piano Nazionale Borghi per la riqualificazione di luoghi identitari, periferie, parchi e giardini storici”. Al di là delle nobili enunciazioni (tutti vogliono riqualificare le periferie e i piccoli centri storici), non c’è nel testo alcun riferimento agli strumenti che dovranno essere utilizzati. Si dovranno ristrutturare i Monasteri, le Abbazie, i Castelli e i Conventi? Molto bene! Ma con quali ritorni economici, con quale impatto sull’occupazione giovanile, con quale stima sulla creazione di nuove imprese, con quale ritorno economico per la comunità? Tutte domande a cui non viene data risposta. Ecco perché anche il nostro Piano deve essere migliorato. Senza un’ indicazione specifica del ritorno economico atteso e soprattutto, senza una verifica in corso d’opera, le risorse non verranno erogate. Con la conseguenza che gli obiettivi d’inclusione sociale e coesione territoriale potrebbero restare lettera morta. In tanti hanno paragonato questo Piano di rinascita europeo a un secondo Piano Marshall. Ed è vero. Per avere successo, però, bisogna fare le cose per bene. Non sarà più consentito assaltare la diligenza. Anche perché questa volta i cani da guardia non stazioneranno più a Roma, ma in un posto più sicuro che si chiama Bruxelles.

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