martedì, 19 Ottobre, 2021
Società

Il disagio dei giovani. Troppa realtà virtuale e fragilità, poca lettura e sport. Pandemia e scuola consolidano il senso di ansia e distacco

Nel mondo complesso dei giovani, le nuove tecnologie rappresentano il centro di gravità di tutto. La realtà virtuale, i video giochi, i social e lo smartphone sono gli strumenti inseparabili dei giovani.

Il loro uso, inoltre, è sempre più precoce e dilaga già tra i 10 e gli 11 anni, con sempre meno attenzione ai sistemi di protezione. In molti casi i sistemi di controllo non esistono perché la rete in tutta la sua estensione è un mare aperto. In questo scenario c’è di tutto e si staglia l’ombra e l’azione sempre più minacciosa per gli adolescenti di casi di cyberbullismo, di fenomeni violenti, mentre diminuisce la già scarsa propensione alla lettura. Poca lettura, poca informazione, molte fake news incontrollate.

Nella vita degli adolescenti, inoltre, c’è sempre meno spazio per l’attività sportiva, così come per il sonno. Il non dormire ha assunto un ruolo di emergenza, gli adolescenti vanno a letto tardi, dormono poco, e restano “connessi” anche di notte. Negli stili di vita irrompono le nuove tecnologie che rimandano ad un ecosistema di relazioni dove l’eccesso è la norma. La piazza virtuale che opera 24 ore su 24 contribuisce, secondo i focus di analisi sulla vita e le emozioni degli adolescenti, ad aumentare uno stato di ansia, di un costante coinvolgimento emotivo e fisico, ad interagire con interlocutori sconosciuti con una serie di rischi imprevisti.

Il meccanismo dei social, inoltre, negli adolescenti innesca un sentimento di costante competizione che si replica in contesti diversi, a scuola, nelle relazioni interpersonali, nello sport, in generale la sovraesposizione e sentirsi costantemente in “vetrina”, crea una visione di attesa, di avvertirsi sotto giudizio attraverso like e follower. Presenza e distacco sembrano la stessa faccia di una situazione di fragilità. Il modo di comunicare attraverso i social, emerge da più studi sugli adolescenti e non solo quelli, si basano spesso nel mancato rapporto di dialogo, ma sempre più spesso con lunghi messaggi vocali, privi di un contraddittorio in tempo reale. Ci si affida quindi ad una sorta di comunicazione dove si smaterializza una realtà che, invece, appare sempre più complessa e concreta.

La pandemia, inoltre, secondo nuovi studi, ha fatto emergere priorità e relazioni contrastanti all’interno della stessa famiglia. Si tratta dei risultati della campagna dell’Unicef The Future We Want, nata con l’obiettivo di coinvolgere ragazze e ragazzi sull’impatto della pandemia nelle loro vite e sulla loro visione del futuro post-Covid. Lo studio fa emergere che un adolescente su tre afferma che le relazioni con familiari e conviventi durante il lockdown sono migliorate, mentre il 16% riferisce un peggioramento dei rapporti familiari. Il 64% dei giovani coinvolti nel sondaggio (con una significativa differenza tra il 73% delle ragazze e il 53% dei ragazzi) ritiene che la casa o la struttura in cui vive non sia sempre e comunque un luogo sicuro. Il 65% dei ragazzi, inoltre, ritiene che un sistema sanitario pubblico, gratuito e accessibile a tutti sia il fattore indispensabile per mantenere un buono stato di salute.

C’è anche l’aspetto formativo della scuola al di là della didattica, ad esempio, metà degli adolescenti considera prioritario che la scuola si adoperi per la promozione di una corretta alimentazione e di stili di vita più sani; l’87% propone la diminuzione dell’inquinamento e la riduzione dei consumi come comportamenti virtuosi da mantenere anche dopo l’emergenza. Un terzo dei ragazzi, inoltre, esprime il desiderio di una maggiore disponibilità di reti di ascolto e supporto psicologico.

Quasi la metà degli adolescenti pensa che il digitale abbia consolidato il senso di unione durante il lockdown, riducendo l’isolamento, ma un terzo manifesta dubbi in proposito e uno su 5 afferma il contrario, in quanto non tutti hanno avuto le stesse possibilità di accedere alle tecnologie e alla connessione.
Per quanto riguarda la didattica a distanza (DaD), quasi il 60% degli studenti non ha riscontrato difficoltà con la digitalizzazione, ma un terzo sì. Al di là della maggiore o minore facilità di gestione, la maggioranza degli studenti (oltre il 60%) dichiara che la DaD ha portato forme di stress nello studio.

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