venerdì, 16 Aprile, 2021
Manica Larga

Il futuro di Londra, ex capitale dei capitali e aspirante superpotenza scientifica

A un certo punto della storia, si dice che Dominic Cummings, artefice della Brexit e poi braccio destro di Boris Johnson infine defenestrato, abbia la fissa della scienza; che la pubblica amministrazione abbia bisogno di un reset; e che quindi si cercano figure creative per dare un giro di vite a un vecchio carrozzone non più al passo con i tempi. Le cose dovevano cambiare. In modo radicale. 

Chissà se nel disegno più ampio rientrava anche il destino di Londra, capitale dei capitali. Pecunia non olet, si sa. Eppure il capitolo sui servizi finanziari è stato il grande convitato di pietra nei negoziati appena chiusi sulla Brexit. Non se ne è parlato troppo e, forse, una logica c’era oltre a essere stato il grimaldello per convogliare il malcontento delle periferie.

 A pistole ancora fumanti,  infatti, per molti addetti ai lavori non ci sono più dubbi. Per esempio, l’amministratore delegato di una piattaforma di trading ha sentenziato che: “L’Europa ha chiaramente vinto la battaglia per il proprio trading azionario”. Una cosa non di poco conto perché indica un rilevante cambiamento di scenario. 

Infatti, l’accordo sulla Brexit non include un accordo a livello UE per i servizi finanziari. In altri termini, per operare con l’Europa le aziende britanniche dovranno d’ora in poi destreggiarsi all’interno di un mosaico di regolamenti dei singoli Stati dell’Unione. Sempre, ammesso e non concesso, che Bruxelles conceda l’equivalenza normativa. La bussola sarà perciò, verosimilmente, offerta da un memorandum d’intesa che, da Marzo in poi, potrebbe aiutare le parti a sviluppare una futura cooperazione normativa. 

Così, siccome chi tardi arriva male alloggia, ciascuno ha cominciato a farsi due conti in tasca. E poche ore fa, l’esodo ha cominciato a prendere forma attraverso i primi smottamenti: una fetta consistente del mercato dei derivati in Euro ha, infatti, lasciato la City con destinazione Madrid, Amsterdam e Francoforte. 

Seppur a rischio ci siano attività per centinaia di miliardi, Boris Johnson non sembra particolarmente turbato nonostante a tirare la giacchetta sia questa volta la Banca d’Inghilterra. Il Primo Ministro inglese, ha ammesso si che l’accordo commerciale in tema di servizi finanziari non sia riuscito a soddisfare le sue aspettative, ma fa niente perché il programma per il futuro è fare del Regno Unito “una superpotenza scientifica”. 

L’attenzione sul tema è stata massima fin da subito. E Boris Johnson gioca solo le partite che sa di poter vincere. Ne è riprova il fatto che già nell’Agosto del 2019 diede mandato al Ministero dell’Interno e al Dipartimento per gli Affari, l’Energia e la Strategia Industriale di lavorare con la comunità scientifica per attirare gli scienziati più brillanti oltremanica. Disse: “Voglio che il Regno Unito continui a essere una superpotenza scientifica globale e quando lasceremo l’UE sosterremo la scienza e la ricerca e assicureremo che la comunità scientifica abbia un’enorme opportunità di sviluppare ed esportare la nostra innovazione in tutto il mondo”.

Per questo una cosa sembra certa. Il Covid ha solo dato una brusca accelerazione alle cose. E così come ha messo a tacere il malpancismo populista accendendo con violenza i riflettori sulla forza della competenza, della ragione e della ricerca, ha di fatto spalancato i cancelli di partenza per una nuova corsa all’oro. Anche se, avverte un lettore del Financial Times, tutto ciò richiede molto più che una semplice visione. 

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