domenica, 25 Luglio, 2021
Attualità

Quel treno europeo che il Sud non può perdere

Uno dei più grandi storici dell’economia, Carlo M. Cipolla, oltre ad essere un raffinato intellettuale fu anche un acuto osservatore della società italiana. Ogni tanto si divertiva a stuzzicare gli economisti, impegnati a elaborare astratte teorie su modelli matematici, invitandoli a studiare di più la storia. Se non capivano il passato (era questo il suo suggerimento) non avrebbero mai potuto prevedere il futuro. Infatti, come per i sondaggisti, anche gli economisti fanno previsioni che spesso e volentieri si risolvono, come dicono qui a Roma, in sonore “tranvate”. Subito dopo la guerra, nel 1946, con l’Italia ridotta in macerie, sembrava impossibile che, nell’arco di un ventennio, il nostro Paese sarebbe diventato la sesta potenza più industriale del mondo. Ci aiutarono gli americani, è vero. Ma dagli anni cinquanta in poi i grandi partiti popolari seppero esprimere una classe dirigente che avrebbe dato il meglio di sé per il riscatto e la rinascita dell’Italia. Settant’anni dopo, questa brutta pandemia ci ha fatto ripiombare nella stessa angoscia. Non solo per il nostro presente ma per quello, molto più prezioso, dei nostri figli. Ecco perché non possiamo sbagliare nemmeno questa volta. Se l’Europa, consapevole della gravità della situazione, cambia radicalmente registro nella costruzione di un futuro comune, allora siamo tutti sulla buona strada. Più solidarietà e meno rigore, più opportunità e meno vincoli, meno rigidità e più buon senso. Stando così le cose, noi italiani abbiamo non solo il dovere ma tutto l’interesse a condividere questo percorso, con lo stesso spirito che animò i nostri genitori, quando si trattò di ricostruire l’Italia. In poche parole, non possiamo assolutamente sprecare quest’ occasione che ci offre il Piano di rinascita europeo. Si tratta di una vera e propria svolta storica da quando è stata introdotta la moneta comune. Purtroppo per noi, il virus ha distrutto in un solo anno milioni di posti di lavoro, attività commerciali, prospettive di ripresa che si erano create dopo la grande crisi che aveva investito l’Occidente nel 2008. Che ne faremo di questa montagna di denaro che l’Europa in parte ci presta e in parte ci regala? Quale sarà la filosofia, la “ratio”, che dovrà caratterizzare il Recovery Plan che l’Italia presenterà in Europa? Prevarrà forse la logica dei sussidi, dei bonus, del reddito di cittadinanza a vita e dell’assistenzialismo di Stato?  Oppure si seguirà la bussola del lavoro ai giovani, degli investimenti produttivi e delle riforme strutturali nella sanità, nella pubblica amministrazione e nella giustizia? Queste riforme non sono a costo zero. Ci vuole una visione illuminata, oltreché lucide intelligenze per realizzare questi grandi obiettivi. È un treno, quello europeo, che passa dopo settant’anni da quando ne è passato un altro, quello americano. E su questo treno dovrà accomodarsi tutto il Paese, Nord, Centro e Sud. Il Mezzogiorno ha bisogno come il pane dei fondi europei, innanzitutto per mettere in sicurezza la sua fragilissima Sanità. Saranno pronte, le strutture meridionali, ad avviare e completare in tempi ragionevoli questa gigantesca vaccinazione di massa? Ce lo auguriamo tutti. Ma dobbiamo fare delle scelte, se non vogliamo perdere questa storica opportunità. Al Sud viene prima la salute o l’alta velocità Napoli-Bari? Vengono prima le interminabili opere pubbliche o la rigenerazione dei centri urbani? Vengono prima i sussidi e le mance oppure gli investimenti per una rigenerazione delle campagne meridionali? Ha scritto Federico Fubini sul Corriere della Sera di qualche giorno fa, che il reddito medio pro-capite degli italiani, a causa della pandemia, è sceso al livello di 24 anni fa. È stato fatto notare, molto opportunamente, che nel Recovery Plan, almeno nella sua prima stesura, alla voce “Giovani e Occupazione” sono stati previsti, per i prossimi sei anni, meno soldi di quanto stanziato nella Legge di bilancio per il Cashback. Il nostro Paese, in questi ultimi mesi di pandemia, è risultato il peggiore nel rapporto morti/popolazione. Abbiamo una spesa pro-capite della Sanità che è la metà di quella tedesca. Ecco perché i nove miliardi stanziati per la sanità non bastano nemmeno a metter in sicurezza i nostri ospedali, figuriamoci a salvare le nostre vite, ora che siamo impegnati in questa massiccia e capillare vaccinazione di massa.

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