venerdì, 24 Settembre, 2021
Attualità

Perché gli eroi non dovranno morire mai

Quando devi lavorare per vivere, nella vita un lavoro lo devi fare. E se per di più avrai la fortuna di fare la cosa che più ti piace sarai sempre felice. Ma il percorso professionale della vita ti porta ad avere anche qualche passatempo ed a me sono sempre tanto piaciuti il calcio in primis, poi la musica, poi il volo. Il calcio è arrivato per prima perché ognuno di noi ragazzi di allora aveva nella strada la sua Villa Fiorita come Maradona. E la gioia della prima maglia da calcio e del primo paio di scarpe con i tacchetti, erano così fortemente desiderati, allora non regalabili, che dovevi avere la fortuna di essere bravino e cominciare a giocare in qualche squadra vera per ottenerli. E per fortuna a me è successo. E sono emozioni che, prima da bambino poi da grande, ognuno di noi non scorda mai, mai più. La nostra televisione di allora era l’album delle figurine Panini che compravamo con i pochi spiccioli di mancia… a quando arrivava, al Tabacchino di Paese. E sempre accorti a che, qualche amico più lesto, non ti rubasse le figurine non ancora appiccicate. Il calcio delle Grandi, Inter, Juve, Milan non lo si vedeva, si ascoltava la domenica alle ore 15.00 a “Tutto il calcio minuto per minuto” con i collegamenti dai vari campi, San Siro, San Paolo, Amsicora.

E li, attenti ai risultati con la schedina del Totocalcio da 150 Lire, carta e Bic in mano, a controllare i finali dalla radiolina di Papà nella cucina di casa. Un nostro mondo povero di allora ma ricco di passione vera, per la propria squadra, per il calcio, vissuto in famiglia in ogni stagione e con qualsiasi tempo. Così nacquero dentro di noi i nostri Eroi del pallone, Mazzola, Rivera, poi Paolo Rossi, Maradona. E la Nazionale era sempre la partita da non perdere. Ognuno tifoso della propria Squadra ma tutti a cuore unico per la Nazionale ed il Tricolore. Siamo cresciuti così, quasi con l’idea della immortalità dei nostri eroi di allora. Loro, una parte di noi, dentro di noi, con noi nella vita, a fortificare i nostri ricordi nelle loro gesta eroiche, punizione da fuori area, tiro al volo, gol con rovesciata in area, gesta che ognuno di noi ricordava contestualizzandoli nella vita di quel nostro momento vissuto insieme a loro.

Così ognuno personalizzava il ricordo in una sua emozione di quel momento nella propria vita. Provare ebrezza di passioni mai sopite come quando da adulto, se fortunato come me nell’avere un caro amico come Gianni Di Marzio, ex tecnico del Napoli da cui ti fai raccontare ogni volta il suo incontro con Maradona in Argentina. Gianni comincia il suo racconto sempre cosi. «Andai a Buenos Aires per il mondiale del ‘98. Grazie alla soffiata di un tassista, che fu il primo a farmi quel nome, quello di Maradona (“L’Argentinos Juniors ha un ragazzino che è un fenomeno”) allora mi decisi a chiamare l’Argentinos Juniors. Era una polisportiva e il presidente era un ingegnere italiano, Settimio Aloisio che mi conosceva perché ero stato a Catanzaro e lui, calabrese di famiglia, ne era tifoso. Mi disse: organizzo una partita, così lo puoi vedere». Dopo un quarto d’ora di partita dissi ad Aloisio: accompagnami alla toilette che non so dove sia ma chiesi contestualmente di fare uscire subito Maradona dal campo. Firmammo li, immediatamente, vicino alla toilette del campo, un’opzione a favore del Napoli e bloccai Diego per 270 mila dollari. Non ripartii subito per l’Italia e trascorsi con lui 15 giorni, lo volevo conoscere bene. Quando partii mi accompagnò in aeroporto e mi disse: non dimenticarti di Diego. E chi se lo scordava, uno così? Grazie Gianni per questa cronaca meravigliosa della storia del calcio. Ogni volta per me questi racconti, sono brividi ghiacciati di emozione lungo la schiena.

Ricordi e contesti che ti scaricano treni di endorfine che ti fanno star bene fino allo stesso prossimo racconto. Cosi come i ricordi di sere a cena da studente universitario a Padova con un caro amico di allora, venditore di libri, la cui fidanzata di Montegalda-Vicenza raccontava l’emozione incontenibile di una sua cara amica vicentina, fidanzata molto innamorata, di un calciatore giovanissimo toscano di nome Paolo (Rossi) che faceva cose straordinarie al Menti con il Lanerossi Vicenza. Il futuro Pablito. Per poi ritrovarmelo tanti anni dopo seduto di fianco in un posto a due in aereo su un volo Venezia-Roma da Campione del mondo ed io a fissargli quel piedino sinistro piccolo Numero 40 come il mio con cui aveva fatto 3 goals al Brasile dei Campionissimi Zico, Falcao, Cerezo. E farsi con lui grandi risate per un ora di volo quasi come amici di sempre fino a Fiumicino. Quando riecheggi cose di questo genere, allora ti senti gonfio di gioia, di emozione, di lacrime tonde e bagnate nell’emozione  di  quanto belli siano stai quei momenti vissuti con i tuoi Eroi. La notizia improvvisa della dipartita dalla vita terrena di Maradona due settimane fa, di Paolo Rossi oggi, arriva come se qualcuno inavvertitamente ti spingesse dall’alto di una grande rupe nell’acqua in un mare profondo di ricordi dove le tue lacrime si confondono con l’acqua del mare.

E di occhi gonfi di emozioni in questi giorni ne sono girati parecchi, in parecchi di noi. Un pezzo di vita per tanti di noi che va. Come la frase riportata dalla moglie di Paolo Rossi stanotte nel momento del suo ultimo respiro… “Paolo Vai”. Le nostre emozioni non moriranno e saranno il sale e lo zucchero della nostra esistenza. Come gli Eroi che portiamo dentro di noi. Perché la nostra vita, quella che ci emoziona, quella che viviamo con noi stessi ed in noi stessi, è scritta e la leggiamo con i ricordi dei nostri Eroi che non moriranno mai dentro di noi.

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