mercoledì, 20 Gennaio, 2021
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Perché piace tanto l’usato

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Reselling, l’usato nel mirino dei fashion addice. Il fenomeno è sbocciato appieno adesso, ma era apparso evidente da qualche anno con il reselling delle sneakers da parte dei Millennials. In poche parole, scarpe da tennis a tiratura limitata vendute a cifre da capogiro da abili ragazzini, che le comprano ad un prezzo ragionevole di listino e le rivendono poi a prezzi gonfiati a collezionisti o appassionati del genere.

La pandemia ha scombussolato le nostre esistenze, su questo non c’è dubbio. Un tornado incontrollabile che ha travolto abitudini, stili di vita e anche consumi. Il Covid, nostro malgrado, ci traghetterà verso un nuovo mondo, che forse sarebbe emerso con più calma, lentamente, in condizioni normali. Noi avremmo avuto modo di metabolizzarlo, di plasmare le nostre vite sul neonato ordine di cose, invece siamo stati costretti ad adattarci senza troppi indugi. Il virus ha dissepolto anche i sensi di colpa che noi bravi occidentali avevamo nascosto sotto il tappeto insieme alla polvere. Ci ha insomma convinti ad essere persone migliori, ad avere più rispetto per l’ambiente, ad abbracciare scelte di vita etiche. Non sapremo se effettivamente questa filosofia guiderà a lungo le nostre esistenze, ma certamente ha già influenzato i nostri consumi. Pare infatti che il fenomeno in crescita durante la pandemia sia stato il reselling, ovvero il mercato di seconda mano. I numeri non lasciano dubbi, se nel 2019 il settore valeva 7 miliardi di dollari, nel 2024 dovrebbe arrivare a 36 miliardi, secondo l’analisi condotta per il secondo anno consecutivo dalla Vestiaire collective, una delle principali piattaforme di luxury resale store, insieme alla multinazionale americana Boston consulting group. Insomma, non si tratta più di frugare nei mercati rionali in cerca di un pezzo buono da accaparrarsi. Ma perché piace tanto l’usato?

Di certo comprare abiti e accessori di seconda mano è  un gesto di responsabilità ambientale e risponde all’esigenza attuale di pratiche sostenibili, sulla scia della consapevolezza generata dal terremoto pandemico. Ma non è soltanto questo, c’è dell’altro al di là delle ottime intenzioni sfoggiate da questa nuova categoria di consumatori avveduti. Il fenomeno è sbocciato appieno adesso, ma era apparso evidente da qualche anno con il reselling delle sneakers da parte dei Millennials. In poche parole, scarpe da tennis a tiratura limitata vendute a cifre da capogiro da abili ragazzini, che le comprano ad un prezzo ragionevole di listino e le rivendono poi a prezzi gonfiati a collezionisti o appassionati del genere. Con il mercato di seconda mano, la questione è un po’ diversa; su piattaforme come Vestiaire collective o Depop si acquistano prodotti delle scorse collezioni, talvolta della stagione in corso e spesso pezzi  vintage, ad un prezzo più accessibile delle boutique, ma in fondo il concetto alla base è lo stesso. Nell’attuale società all’insegna dell’apparenza e dell’esibizione, gli oggetti di lusso operano da feticci, garantendo l’ingresso e la permanenza in un gruppo, pena l’esclusione. Ma non si tratta del senso di emarginazione di una volta, superabile o accettabile, adesso è potenziato e alterato in una forma parossistica. “Colpa” dei social, degli influencer dagli armadi straboccanti di roba firmata, dei rapper testimonial di campagne moda, a chiunque si ascriva il motivo, bisogna tener conto dei nuovi meccanismi di inclusione sociale che si sono formati di conseguenza. La cosiddetta FOMO (Fear of missing out), che attanaglia i Millenials, genera un circolo perverso di desiderio bruciante e frustrazione abissale. Fossero le sneakers disegnate da Michael Jordan o la linea di t-shirt limited edition disegnata da un celebre artista, chi se le può permettere entra di diritto nella schiera dei privilegiati, degni degli onori più grandi.  Una volta  si avevano i blasoni nobiliari, adesso si sfoggiano la Jackie O’ di Gucci o le Triple S di Balenciaga. E’ più di uno status symbol, però. Oggi i big brand non promuovono semplicemente una collezione, ma un’identità, attraverso capi fortemente riconoscibili e assertivi. La scelta di un marchio è quindi anche professione di un sistema di idee. Se compri Gucci, aderisci ad un immaginario nostalgico e gender-fluid che spesso  attinge a subculture metropolitane; se acquisti Dior, fai leva sulla lotta per l’emancipazione femminile e la parità di genere. 

Ecco spiegata la recente crisi del fast fashion. Nessuno vuole copie sbiadite e di pessima qualità che possono permettersi tutti. Esclusività è la parola d’ordine. Chi purtroppo non ha le possibilità economiche di acquistarle di prima mano, visti i prezzi elevatissimi, può comunque accedere all’olimpo degli eletti attraverso le piattaforme di reselling, che sdoganano ad un prezzo calmierato occasioni di ribalta sociale. Sarai pure un parvenue della moda, ma nessuno può dirlo con certezza, soprattutto se compri l’ambito continuativo, come il nylon di Prada, valido per sempre. E i grandi marchi, tutto sommato, non hanno bandito nessuna crociata, anzi hanno addirittura incentivato il fenomeno, riproponendo in maniera rivisitata pezzi iconici degli anni passati, col risultato che gli originali, rispolverati dai vecchi armadi dai vintage-hunter, sono andati a ruba sui diversi siti di rivendita online. Largo al passato dunque!

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